La guerra dei Festival: Toei contro Toho

Benvenuti nell’ennesima operazione nostalgia e documentale. Il fermento delle vacanze primaverili ed estive nel Giappone degli anni Sessanta e Settanta è difficile da descrivere riferendosi a un paese che, proverbialmente, di vacanze ne fa poche.



Era un’epoca in cui la parola "
anime" non faceva ancora parte del vocabolario comune e tutto ciò che passava sullo schermo per i più piccoli veniva catalogato sotto l’ampia e coloratissima etichetta di manga televisivi

Questa categoria era un caleidoscopio che fondeva animazione e tokusatsu, ovvero i programmi live-action densi di effetti speciali, creando un immaginario collettivo dove i confini tra generi erano fluidi e l’unico obiettivo era l’intrattenimento totale della famiglia. Il momento clou delle vacanze primaverili ed estive erano proprio questi due grandi eventi cinematografici "All-Star", dei veri e propri festival dove i personaggi più amati della televisione migravano sul grande schermo per un appuntamento rituale.



Il capostipite fu il Toei Manga Matsuri, lanciato ufficialmente nel 1967. Il successo fu tale che la hall del cinema si trasformò in un mercato di giocattoli, libri illustrati e gadget di ogni tipo, intercettando perfettamente la disponibilità economica dei genitori durante le pause scolastiche tra un anno e l’altro. Toei, grazie alla sua divisione dedicata ai cartoni, intuì una miniera d'oro: proiettare versioni arrangiate e incollate di episodi televisivi richiedeva investimenti minimi rispetto ai lungometraggi originali, ma garantiva incassi record e vendite massive di merchandising.



Negli anni Settanta, il festival divenne una macchina perfetta: i nuovi lungometraggi con budget elevati venivano lanciati in primavera, quando il clima mite (visto che i cinema spesso non avevano riscaldamento o aria condizionata) e la fine dell'anno scolastico spingevano le famiglie nelle sale, mentre l'estate era riservata a mediometraggi o riedizioni, poiché i bambini erano spesso in viaggio dai parenti o impegnati con le attività scolastiche pomeridiane. 

Il successo travolgente della primavera 1969, trainato dai film di Pero, “Il gatto con gli stivali”, spinse la rivale Toho a reagire. Nacque così il Toho Champion Festival, una risposta aggressiva ideata anche per salvare il cinema giapponese in crisi e, soprattutto, preservare la saga di Godzilla nonostante i budget sempre più risicati. 

La formula di proposte da Toho venne suddivisa in tre tronconi: Godzilla, champion dei kaijuTommy la stella dei Giants, campione per i ragazzi e Mimì e le ragazze della pallavolo, campione per le ragazze. Un trittico di icone champion che cercava di coprire ogni target demografico, ma con una struttura produttiva che spesso ricorreva al taglia e cuci di filmati precedenti. I film di media durata erano strutturati attorno al genere degli anime a tema sportivo, allora in forte espansione.



Sebbene Toei offrisse una quantità maggiore di titoli (spesso cinque film contro i tre di Toho), il fascino di Godzilla rimaneva un magnete potente, anche se il tono dei film virava decisamente verso l'eroismo infantile a scapito della qualità originale. Il tokusatsu riguardava la serie Ultraman, mentre le opere di animazione televisiva erano prodotte prevalentemente dalla Tokyo Movie Shinsha e dalla Tatsunoko Production.

La tradizione di distribuire lungometraggi animati per bambini durante le vacanze primaverili degli anni Ottanta virò su “Lupin III”, sui film di “Doraemon”, ‘Anpanman’, “Detective Conan”, “Crayon Shin-chan”, “Pretty Cure”, “Kamen Rider”, “Super Sentai”, “Ultraman” e molte altre che, col passare del tempo, guadagnarono ciascuna una propria serie di film distribuiti singolarmente. Naturalmente, all'epoca non esistevano i videoregistratori, quindi una volta che qualcosa veniva trasmesso in tv, non era possibile rivederlo fino alla replica.



Mi hanno detto che in quegli anni, i coupon sconto per il cinema piovevano tra i banchi delle elementari come piccoli tesori di carta, anche se per i genitori rappresentavano più che altro un invito a una noiosa tortura. Poiché i bambini non potevamo certo andarci da soli, cominciava un lento logoramento fatto di suppliche timide ma incessanti, un vero assedio ai fianchi di adulti comprensibilmente stanchi e scontrosi. All'epoca, però, il cinema era un lusso che non ammetteva repliche: l’idea di godersi sia il festival di Toho che quello di Toei era fuori discussione, e ci si doveva accontentare di un’unica, sofferta scelta a stagione. 

Quel senso di rimpianto per l'occasione mancata era un compagno fisso: ci si ritrovava sempre a pensare, con un pizzico di malinconia, a quanto sarebbe stato bello vedere anche l'altro film, quello scartato. Oppure, si creavano le fazioni. Se in quella manciata di settimane non si riusciva a convincere i propri genitori, la pellicola spariva nel nulla, persa per sempre.



Oggi, nell'era di internet, siamo abituati a pensare che tutto torni a galla prima o poi, ma allora, senza sfere di cristallo o archivi digitali, perdere l’attimo significava dire addio a quella storia per il resto della vita. Mentre ora, nell'era della frammentazione, ogni franchise ha il suo film dedicato e lo streaming ha annullato l'attesa per le repliche. 

Resta innegabile che quel concetto di vedere tutto e subito, corredati da splendidi poster, per chi l’ha vissuta, abbia rappresentato un'esperienza sociale irripetibile.

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