Il risveglio del re Godzilla

Il mio primo incontro col re dei mostri non è avvenuto in una sala cinematografica imponente, ma attraverso il vetro bombato di un televisore nelle prime televisioni private. Gojira, o Godzilla, apparve come una forza della natura primordiale capace di stregare la mia immaginazione.



Facendo un paio di conti, credo sia successo durante gli ultimi anni di scuola elementare. Il film era “Ai confini della realtà” e paradossalmente c'entrava poco con l'universo del lucertolone. Faccio un passo indietro. Il punto di partenza è l'originale “Gojira”, film del 1954, nato dalla mente di Honda Ishiro come risposta nipponica a King Kong. Il nome stesso, sintesi di "gorilla" (gorira) e "balena" (kujira), quindi go + ji + ra, evocava una potenza ancestrale.



Fu il primo kaiju eiga per come viene etichettato adesso quel genere. Parentesi: kaiju sta “bestia misteriosa” oppure “mostro soprannaturale” e indica appunto i bestioni dei tokusatsu. Fu proprio allora che nacque il termine kaiju eiga, cioè “film di mostri giganti”. Ma in giapponese la parola kaiju non implica necessariamente “gigante”. Come detto, significa semplicemente "mostro soprannaturale". L’idea di collegarla a un mostro gigantesco deriva soprattutto dal cinema, iniziato proprio con la pellicola "Gojira". A dire il vero, era molto più di un kaiju movie: rappresentava il trauma collettivo della bomba H trasformato in celluloide. Il mostro Godzilla, alto 50 metri e dotato di alito radioattivo, era la personificazione del terrore atomico.



In Italia, purtroppo, pare che arrivò una versione mutilata, con il taglio di scene fondamentali, ma il cuore del film — lo scienziato che inventa il terribile Oxygen Destroyer, un'arma capace di sciogliere la vita stessa — rimaneva un monito etico potentissimo. Col primo sequel fece la sua comparsa un altro mostro, inaugurando la tradizione dello scontro tra kaiju, anche se il ritmo si raffreddava nel finale tra i ghiacci dell’Hokkaido.

Tra gli anni Sessanta e Settanta, la saga subì una metamorfosi radicale, passando dal dramma sociale all'intrattenimento puro per bambini. Un esempio che ricordo chiaramente è la pellicola “Gojira tai Mosura” del 1964, ribattezzato in Italia “Watang! Nel favoloso impero dei mostri”. Qui la falena gigante Mothra (che il doppiaggio italiano ribattezzò chissà perché Watang, identificandola oltretutto come un'ape, non una falena...), adorata da due minuscole fatine chiamate shobijin che parlavano sempre in coppia, diventò un'icona contrapposta a un Godzilla ancora letale ma sempre più inserito in contesti onirici.



Per quanto mi riguarda, il punto di rottura arrivò con il film “Gojira tai Megaro” del 1973 (uscito da noi col titolo “Ai confini della realtà”, se ricordo bene a cavallo degli anni Ottanta), diretto dal volenteroso Fukuda Jun. Seppur cresciuto con quelle immagini, la fascinazione dell’universo godzilliano subì un brusco arresto proprio in quel periodo, complice l'arrivo del rivoluzionario “Guerre Stellari”. Lo strapotere tecnologico di George Lucas rese improvvisamente sorpassati e quasi ridicoli quei mostri di gomma.



I film di Godzilla non mi sembrarono più all'altezza e ritenni che non valesse più la pena vederli. A maggior ragione in quel “Ai confini della realtà”, forse uno dei capitoli più bassi della saga, dove Godzilla si produceva in calci volanti degni di un incontro di catch per aiutare Jet Jaguar, un robot antropomorfo programmabile, contro il mostro-insetto Megalon e il cyborg Gigan.



Eppure, nonostante quel raffreddamento, il legame con Godzilla non si è mai spezzato davvero perché quei vecchi film sanno ancora come colpire le corde giuste. Il loro fascino risiede proprio nel valoroso artigianato che partorì sì un cinema fatto di tute di gomma e sceneggiature deliranti, ma godibile grazie anche con un accorto uso degli effetti speciali. Che erano speciali, s’intende, per l’epoca in cui uscirono.

Godzilla non è mai stato solo il mostro che devastava i palazzi di Tokyo. È stato lo specchio di un Giappone che esorcizzava la guerra attraverso la fantasia, trasformando la distruzione in una forma catartica di arte popolare che, ancora oggi, non smette di ruggire. Per chi volesse riscoprire oggi quest’epopea, il consiglio è di partire ovviamente dal capolavoro del 1954 (la versione originale, non il pasticcio americano), per poi magari avventurarsi in una delle pellicole del ventennio successivo, tutti prodotti discreti, poco orrorifici, ma pervasi da un piacevole sottofondo fiabesco.



Concludo dicendo che, vedere certi remake recenti, capaci di integrare il ruggito originale e le musiche leggendarie con una CGI che finalmente rende giustizia alla maestosità dei mostri, è stato come chiudere un cerchio iniziato nelle domeniche pomeriggio di tanti anni fa.


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