Il 1979 e Lupin III, l'anno in cui iniziammo a fare il tifo per il cattivo
Il 24 ottobre 1971, 38 anni fa, alle 19:30 di una mite domenica sera, iniziò la messa in onda della prima serie di "Lupin III". Realizzato inizialmente come il primo anime televisivo per adulti, il Lupin di allora era un uomo maturo, affascinante e tenebroso: indossava una giacca verde, sorrideva con aria cinica, era circondato da un'atmosfera malinconica e commetteva furti quasi per scacciare la noia.
Perciò, non andrebbe chiamato semplicemente cartone animato. Lupin III segnò la fine dell'innocenza televisiva, e non solo in Italia.
La riscoperta di alcuni rari cimeli cartacei mi proietta direttamente nel cuore pulsante di quel 1971, un anno legato a un periodo spartiacque in cui l'animazione giapponese abbandonò alcune rassicuranti favole per ragazzi per tuffarsi nell'ignoto del genere seinen.
Osservando queste pagine pubblicitarie, inserzioni su riviste come TV Guide e la copertina di Gekkan Out del 1980, emerge prepotente l'estetica rivoluzionaria di quella prima serie, che lasciò interdetto il pubblico nipponico e che oggi rappresenta uno dei vertici assoluti dello stile hard-boiled applicato ai disegni animati. La pubblicità a colori della prima serie mi colpisce per il dinamismo delle linee. Si capisce come Lupin non rappresenti un eroe, bensì un personaggio spregiudicato, proprio come recitavano i claim dell'epoca.
Ho letto qualcosa in alcune riviste nostalgiche, ricordi di coloro che c'erano. Le impressioni rivelano un mix di fascinazione e sconcerto: molti rimasero ipnotizzati da quella sigla vagamente jazz e dalle atmosfere metropolitane sature di fumo. L'ambientazione era quella contemporanea al momento della produzione e trattava la situazione internazionale e le mode dell'epoca. Tuttavia, il pubblico generalista faticò a digerire un protagonista così amorale e distante dai canoni dell'epoca, soprattutto a causa della presenza di numerose scene violente e di nudo.
Non è un caso che l'annuncio su Wakai 11 (rivista legata alla televisione di Nagoya) del marzo 1972 mostri un Lupin in moto o intento a sferrare un pugno. Evidentemente si cercava di enfatizzare l'azione frenetica per catturare un'audience giovane e affamata di novità. Spicca l'iconografia di Jigen, Goemon e Fujiko, cristallizzati nelle loro pose classiche, il loro tratto sporco e graffiante, in nome di quella libertà creativa assoluta che il manga prima e il primo anime dopo hanno sempre goduto.
Quando quella stessa onda d'urto arrivò in Italia alla fine degli anni '70, l'impatto fu se possibile ancora più devastante. Se in Giappone la prima serie era stata inizialmente un mezzo insuccesso commerciale (ho letto che venne addirittura temporaneamente cancellata!), in Italia divenne ben presto un culto assoluto, capace di ridefinire l'immaginario collettivo di un'intera generazione, un vero e proprio terremoto culturale.
Lupin ci portò dal Giappone qualcosa di inedito per gli standard animati della nostra epoca: un antieroe cinico, sexy e spudoratamente adulto, un ricercato internazionale che beveva alcolici e fumava costantemente, che inseguiva apertamente il desiderio erotico rappresentato dalla bellissima Fujiko e beffava l'autorità, incarnata dal malcapitato Zenigata.
"ルパン流にやらせてもらうさ。粋にやろうぜ、粋によ" (Rupan-ryu ni yara sete morau sa. Iki ni yarou ze, iki ni yo), cioè "Farò a modo mio, alla maniera di Lupin. Facciamolo con stile, con grande stile!". Con questa frase, Lupin esprimeva il suo modo di essere, che lo faceva godere insieme ai fidati compagni di qualunque situazione e persino i momenti di crisi. Incarnava la libertà stessa, non vincolata da nulla.
E che dire del tempismo perfetto? La prima serie approdò sulle televisioni locali italiane nel 1979. In quegli anni, l'Italia stava vivendo una transizione sociale profonda e le emittenti private avevano bisogno di contenuti forti per differenziarsi dalle reti RAI. Lupin, con il suo mix di azione e ironia, riempì perfettamente quel vuoto.
Il confronto tra le due ricezioni, la giapponese e l'italiana, è illuminante: mentre il pubblico nipponico del '71 era forse ancora troppo ancorato a schemi tradizionali, i giovani italiani trovarono in quel ladro gentiluomo e nella sua banda un simbolo di ribellione, stile e ironia che mancava totalmente nel panorama televisivo nostrano.
Quella giacca verde, che debuttò prima dell'avvento della più rassicurante giacca rossa, per noi diventò il sinonimo di un personaggio adulto, cupo e anticonformista, perciò irresistibilmente affascinante. Il complice perfetto: ecco perché l’Italia non seppe resistere a Lupin!



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