Ripercorrendo la storia delle gyaru (3)
Se sul piano mentale il riferimento era la cultura yankii, sul piano della moda il primo prototipo delle gyaru degli anni Novanta va probabilmente cercato nelle paradise gyaru, un'interpretazione popolare della ragazza californiana. Questa moda effimera, che ricordo bene grazie ad alcuni drama dell'epoca, esplose tra la fine degli anni Ottanta e l'inizio dei Novanta ispirandosi alle spiagge e al surf della California.
Proto gyaru e chiimaa
Le paradise definirono in anticipo i codici di abbigliamento, incorporando gradualmente elementi bodycon mescolati allo stile resort per l'abbigliamento da sera. Un'attitudine che, unita al desiderio di libertà, sarebbe diventata una delle basi della cultura gyaru. La pelle abbronzata, le magliettine abbinate a minigonne e miniabiti in stile resort, gli elementi sportivi e le sneakers bianche griffate L.A. Gear definivano il look dell'epoca. Particolarmente popolari erano le mini T-shirt aderenti chiamate chibi-T, che lasciavano scoperto l'ombelico creando uno stile sensuale ma al contempo salutare e giocoso, diventando parte essenziale dello street style del periodo.
Anche tingere i capelli di castano divenne una pratica diffusa proprio in quegli anni. Il trucco rimaneva ancora relativamente leggero, lontano dagli eccessi futuri, ma sopracciglia sottili e capelli lisci non più corvini gettarono le basi di una cultura estetica autonoma. Questa proto gyaru creò uno spazio separato dal mondo adulto, con regole, linguaggi e valori propri.
Una figura simbolo di quegli anni fu la sfortunata Iijima Ai (scomparsa nel 2008 a soli 36 anni): con i suoi capelli castani, la pelle color grano e il sorriso luminoso incarnava l'immagine di una gyaru fresca e solare. Iijima iniziò la sua carriera nel mondo dell'intrattenimento per adulti (AV) nei primi anni Novanta, recitando in oltre 100 pellicole e guadagnandosi notorietà in particolare come T-back Queen per le sue apparizioni in un popolare show televisivo notturno. È da considerare una figura iconica per aver sfidato i tabù sociali e per aver dato voce, attraverso la sua scrittura e presenza mediatica, a molte coetanee in modo onesto e potente. Dal punto di vista culturale, questa moda si diffuse soprattutto tra le ragazze che frequentavano eventi nei club sorvegliati dai chiimaa, rappresentanti di una cultura di strada ribelle concentrata nei dintorni di Shibuya.
Chiimaa (teamer, dall'inglese team) era un termine
coniato dai media per riferirsi ai giovani delinquenti che formavano bande
nelle strade. Il nome nacque dal fatto che questi ragazzi si autodefinivano
membri di un team. Inizialmente, essendo composte da studenti delle
scuole superiori affiliate o private, le squadre avevano una forte identità
scolastica. Tuttavia, questo aspetto cambiò gradualmente: i membri principali
divennero sempre più quelli provenienti da altre scuole, amici locali dei tempi
delle medie, ragazzi che avevano abbandonato il liceo o, peggio ancora,
delinquenti ex membri dei bosozoku. In sostanza, delinquenti provenienti
da tutta Tokyo cominciarono a unirsi ai gruppi, portando a una trasformazione
selvaggia a livello di strada. Giovani perdigiorno, sia maschi che femmine,
iniziarono a bighellonare in aree come Shibuya e zone limitrofe. Anche la
fascia d'età si ampliò, spaziando dagli studenti delle scuole medie ai
diciannovenni. Alcuni provenivano da famiglie benestanti e avevano un buon livello
di istruzione: nei primi tempi incarnavano una ribellione urbana ma in qualche
modo di lusso.
Sebbene anche yankii e bosozoku formassero
bande e bighellonassero in gruppo per le strade, la differenza principale con i
chiimaa stava nella moda adottata. I capelli lunghi divennero il marchio
di fabbrica dei maschi, mentre molti membri prediligevano lo street style
conosciuto come amerikaji (American Casual, poi mutato in shibukaji,
abbreviazione di Shibuya Casual): jeans Levi's 501, varsity jackets,
Polo Ralph Lauren o Tommy Hilfiger, scarpe anti-infortunistiche e altro
abbigliamento vintage, con particolare attenzione a ciò che veniva importato
dall'America. I capelli lunghi con bandana erano considerati urbani e al tempo
stesso contemporanei, distinguendosi dallo stile yankii che prediligeva
abiti oversize come tute da ginnastica abbinate ad acconciature pomp
o permanenti punch.
Sebbene indossassero abiti simili all'interno del team,
i chiimaa non adottarono le uniformi distintive delle bande bosozoku.
Alcune teorie suggeriscono che la loro cultura condividesse somiglianze con la
visione del mondo rappresentata in film come "I guerrieri della
notte" e "I ragazzi della 56ª strada", e che potesse esserne
stata influenzata. Mi diverte pensare che li bollassero come 'teppisti
pedonali': erano visti come la versione urbana, di strada e anarchica della
moda che si evolveva a Shibuya. Capitava che entrassero in conflitto con i bosozoku
o le gang yankii che visitavano Shibuya dai sobborghi o da altre
prefetture, spesso attaccando briga con i passanti. I fast food
divennero il ritrovo (o meglio, il territorio) di ogni banda, e le scene di
gruppi che formavano cerchi o sedevano sui marciapiedi di Shibuya di notte
divennero comuni. Le sale giochi, le caffetterie, i karaoke, gli izakaya e i
love hotel si trasformarono in luoghi dove imparare la vita e costruire
relazioni che la scuola non insegnava. I chiimaa organizzavano feste e
rimorchiavano ragazze, fumavano accovacciati e chiacchieravano con compagni che
la pensavano come loro o condividevano i loro problemi. Alcuni membri si
dedicavano all'estorsione e alle aggressioni, cadevano nel circolo della droga,
si tatuavano o entravano in contatto con la criminalità organizzata.
Il periodo tra il 1989 e il 1991 fu l'apice del fenomeno
dei chiimaa. Nel 1992 e nel 1993, ricordo che la situazione a Shibuya
era degenerata al punto che un gran numero di chiimaa occupava il centro
fino a tarda notte. Fino ai primi anni Novanta molti esercizi commerciali della
zona rimanevano aperti fino a tarda notte, ma furono costretti a chiudere in
massa a causa dei frequenti disordini provocati dai chiimaa. La
situazione migliorò gradualmente solo quando volontari assoldati dai quartieri
commerciali di Shibuya iniziarono a effettuare pattugliamenti capillari della
zona. A seguito di ciò, molte bande si sciolsero o emigrarono altrove. Dopo lo
scoppio della bolla, il fenomeno dei team si spostò nelle zone regionali
lontane dai centri nevralgici, ma ormai si era trasformato in qualcosa di molto
diverso dalla sua incarnazione della metà degli anni Ottanta.
Inizia il Decennio Perduto
In Giappone, gli anni Novanta sono stati etichettati come
il "decennio perduto", ma da allora quell'era si è dilatata
trasformandosi prima in "vent'anni perduti", poi in "trent'anni
perduti", come se l'intera epoca Heisei fosse scivolata via nel vuoto.
Eppure, confrontati con l'ultimo decennio dell'era Heisei, gli anni Novanta
potrebbero aver generato più di quanto abbiano disperso. Quel periodo
rappresentò un momento eccezionalmente individualista nella storia del
Giappone, una rarità assoluta nel panorama culturale del paese. Questo
individualismo si manifestò con particolare intensità nel mondo della moda,
dove esplose la frenesia delle gyaru, un fenomeno che avrebbe ridefinito
l'identità giovanile giapponese.
Mentre la generazione che aveva goduto di una gioventù
agiata durante la bolla economica degli anni Ottanta trascorreva il periodo
1991-1994 festeggiando senza sosta nelle ultime discoteche lungo la baia, nella
cultura giovanile di Tokyo si stava verificando un silenzioso cambiamento
strutturale. Mentre i ventenni impiegati si crogiolavano nella decadenza di
un'epoca passata, le impiegate lamentavano la riduzione dei bonus e le
studentesse universitarie piangevano le conseguenze della bolla speculativa –
ovvero la difficoltà di trovare lavoro. I rampolli delle loro cerchie finivano
coinvolti in scandali che riempivano le pagine dei giornali, ma solo le liceali
affrontavano la nuova era con sicurezza, iniziando a dipingere la loro visione
del mondo su Tokyo con uno slancio sorprendente.
Le liceali, che rappresentavano la metà di tutti gli
studenti delle scuole superiori, non solo sostituirono le studentesse
universitarie e le impiegate come guida dell'universo femminile, ma strapparono
ai ragazzi il ruolo di protagonisti nelle scuole superiori, prendendo il
controllo della società giovanile sotto il nome di joshi kosei.
Nel 1988, in molte scuole femminili di Tokyo erano state
introdotte nuove uniformi. Le tradizionali divise da marinaretta, ormai fuori
moda, avevano lasciato il posto a gonne scozzesi e blazer. Per queste ragazze,
le uniformi erano semplicemente i vestiti che indossavano ogni giorno: il
risultato dell'accettazione da parte delle scuole delle nuove esigenze in fatto
di moda. Spesso l'iscrizione era vincolata dal gradimento e dalla popolarità
della divisa adottata.
Tutto successe in un batter d'occhio. Il fattore più
importante fu il forte senso di identità delle ragazze come studentesse.
Riunendosi a Shibuya dopo la scuola, queste liceali molto attente alla moda
sapevano di possedere un notevole valore di mercato. Le loro interazioni
quotidiane erano vaste: compagne di classe, studentesse più grandi, amiche di
altre scuole del centro di Tokyo, amiche d'infanzia della loro città natale,
colleghe di lavoro part-time e conoscenti delle scuole di preparazione agli esami.
Durante i loro tre anni di liceo, un periodo limitato ma speciale, il
passaparola divenne inevitabilmente un potere magico.
Inoltre, le liceali possedevano una sensibilità
inaspettata: un atteggiamento tipico della cultura giovanile, impensabile negli
anni Ottanta, che consisteva nell'incorporare nella propria sfera oggetti e
culture di nicchia. Si trattava di una sensibilità mobile e aggiornata che
considerava l'intrattenimento e la cultura occidentali non come qualcosa da
inseguire, ma come un movimento simultaneo da cui attingere e rielaborare. Fu
così che le gyaru del centro città crearono una serie di tendenze e
fenomeni unici, utilizzando Shibuya, la loro terra promessa, come palcoscenico.
Fu allora che cominciarono a essere etichettate come kogyaru, un termine
partorito dalla scena disco per indicare le liceali e distinguerle dalle
ragazze alla moda vestite con abiti attillati.
Sostituirono le calzature standard delle loro uniformi
con calzini larghi, mentre nei loro zaini a tracolla trovarono posto agendine
abbellite con purikura, Tamagotchi e altri ninnoli acquistati nei negozi
tutto a cento yen. I colli erano avvolti nelle sciarpe Burberry e, dopo la
scuola, si dedicavano al trucco e alla personalizzazione delle uniformi. Una
volta tornate nelle loro stanze, chiacchieravano con le amiche sui loro
telefoni PHS, si scambiavano messaggi di testo e controllavano religiosamente
le pagine dedicate alle predizioni amorose e alle diete. Si divertivano con
programmi musicali, commedie e serie televisive, ma allo stesso tempo si
appassionavano a manga, anime e giochi orientati agli otaku.
Gyaru, kogyaru e amuraa
Negli anni Novanta, da tutte le correnti descritte si
condensò la figura di una gyaru ormai molto vicina all'immagine che
conosciamo oggi. È il periodo in cui questa cultura esplose e raggiunse il suo
massimo splendore. In questo contesto le kogyaru rappresentarono una
delle figure centrali dell'evoluzione della cultura gyaru. Il termine kogyaru
è la contrazione di kokosei gyaru, ovvero gyaru delle scuole
superiori, indicata anche come gyaru JK (iniziali di joshi kosei,
studentessa liceale).
Moda, bellezza, musica, vita notturna, comunicazione,
utilizzo dei media: le liceali si crearono uno stile di vita adolescenziale
completo e armonioso. Mentre il mito della sicurezza del Giappone crollava in
seguito al grande terremoto di Kobe e all'attacco con il gas nella
metropolitana di Tokyo, e le altre generazioni non riuscivano a cogliere i
grandi cambiamenti, il loro mondo senza paura sembrava perfetto. Allo stesso
tempo, però, il solo fatto di camminare per strada in uniforme valse loro
etichette sgradevoli come enjo kosai, commercio della biancheria usata e
club di appuntamenti. A causa degli sguardi implacabili provenienti da ogni
direzione del mondo degli adulti, le kogyaru si ritrovarono intrappolate
nell'immagine artificiale della studentessa creata dalla società. Il desiderio
di apparire cool e adulte si intensificò ogni giorno, ma nel profondo la
realtà di essere ancora una studentessa liceale non poteva essere cancellata.
La moda gyaru (in particolare quella kogyaru)
può essere ricondotta a due grandi filoni: le gyaru di Shibuya e le gyaru
di Harajuku. In origine, la moda gyaru nacque come fenomeno legato a
Shibuya. Il quartiere aveva da tempo sostituito Shinjuku come area giovanile e
rappresentava la punta di diamante delle tendenze. In senso stretto, quindi, il
termine gyaru indicava le donne che, tra la metà e la fine degli anni
Novanta, frequentavano Shibuya sfoggiando uno stile considerato d'avanguardia.
All'epoca, riflettendo il fatto che a guidare la tendenza erano studentesse
delle scuole superiori e medie, si diffuse l'espressione kogyaru. In
quei primi anni Novanta, a Shibuya, negozi come 109 e PARCO si riconvertirono
progressivamente verso una clientela teenager, consolidando la
reputazione del quartiere come zona d'avanguardia della moda giovanile.
Le ragazze con il loro trucco pesante, le pelli
abbronzate e gli abiti provocatori sfidarono apertamente i canoni estetici
tradizionali. Fu un'esplosione di identità personali che rifiutavano di essere
catalogate, un grido collettivo verso la libertà espressiva e l'affermazione
violenta del sé contro le aspettative conformiste della società giapponese. Per
la prima volta da decenni, le giovani giapponesi non si limitavano a seguire le
tendenze imposte dall'alto, ma le creavano dal basso: nelle strade, nei club,
nei piccoli atelier nascosti nei vicoli di Shibuya e Harajuku.
Ma andiamo con ordine. Subito dopo lo
scoppio della bolla, tra il 1992 e il 1993, iniziò a farsi notare un nuovo modo
di indossare l'uniforme scolastica: gonne più corte e calzettoni slouchy
(loose socks), uno stile mai visto prima che segnò il passaggio di
testimone alla studentessa delle scuole superiori. Negli anni Novanta il
concetto di casual legato alla moda di strada divenne una parola chiave, e tra
le adolescenti esplose il fenomeno dell'arrivo della cantante pop Amuro Namie:
molte ragazze iniziarono a imitare il suo stile, dando vita al fenomeno delle amuraa
(pronuncia dell'inglese amurer) che dominarono il mainstream
dedicato. La moda ispirata a lei è considerata la radice delle gyaru in
senso stretto, e la Amuro viene spesso definita la prima carismatica guru.
Le amuraa erano caratterizzate
da dolcevita nero, minigonne Burberry, stivali con zeppe alte, capelli castani
lunghi, sopracciglia sottilissime (spesso completamente depilate e ridisegnate)
e da una pelle abbronzata ottenuta nei centri estetici. Questo look divenne
un'uniforme iconica, fissata per sempre nell'immaginario collettivo nel 1997,
quando la guru indossò questo outfit durante la conferenza stampa del
suo matrimonio con l'allora compagno, stabilendo i canoni di una vera e propria
uniforme della ragazza cool del tempo.
(continua)






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