Ripercorrendo la storia delle gyaru (5)
È affascinante osservare come le uniformi, inizialmente pioniere dell'abbigliamento occidentale per le donne, siano diventate un simbolo della gioventù dopo la guerra per poi trasformarsi in uno strumento di ribellione contro la società degli adulti e in un mezzo per creare comunità tra gli adolescenti.
L'uniforme scolastica
Negli anni Settanta, il Giappone adolescente cominciò a guardarsi allo specchio e a riscoprire sé stesso attraverso ciò che indossava. Le uniformi scolastiche, nate come pionieristiche vesti occidentali per le giovani studenti in un paese ancora legato a yukata e kimono, si trasformarono lentamente in qualcosa di più intimo e sovversivo: un linguaggio silenzioso di libertà.
Dopo la guerra, la loro immagine ordinata e pulita era
divenuta il simbolo stesso della gioventù, la rappresentazione di un futuro in
costruzione.
Ma a un certo punto le stesse divise iniziarono a scricchiolare: il desiderio di sfuggire alla rigida disciplina degli adulti prese forma nelle tsuppari, uniformi ribelli dai colletti affilati e dalle gonne talmente lunghe da strisciare sull'asfalto. Le ragazze le indossavano con orgoglio, come una dichiarazione di individualità, trasformando il dovere in moda e la costrizione in manifesto.
A guardarle oggi, quei look
possono sembrare quasi grotteschi, eppure furono proprio loro a gettare il seme
di una nuova estetica, in cui l'uniforme smetteva di essere un vincolo e
diventava un terreno di sperimentazione personale.
Poi arrivarono gli anni Ottanta, e con loro un nuovo tipo di eleganza. Alcune scuole femminili di Tokyo introdussero il blazer a quadri tartan: un dettaglio apparentemente innocuo, destinato però a rivoluzionare il modo in cui le adolescenti giapponesi percepivano sé stesse.
L'effetto fu esplosivo: le iscrizioni salirono, il modello si diffuse
rapidamente e quel taglio divenne il volto dell'adolescenza nipponica per i
decenni a venire. Da quel momento, il blazer e la cravatta divennero
simboli dello stile da studentessa, proiezione di una giovinezza curata e
luminosa che il mondo esterno avrebbe presto imparato ad associare alla figura
della kogyaru.
Negli anni della bolla economica, però, la divisa scolastica lasciò le aule per conquistare la strada. Lo Shibuya dei primi anni Novanta era un magma di suoni, luci e passi, e tra le sue vie affollate esplose la moda kogyaru.
Ragazze dai capelli castani indossavano giacche troppo
grandi, calzini bianchi arrotolati alle caviglie, gonne pieghettate e makeup
abbronzato, un preludio diretto alla futura stagione ganguro. Le si
poteva vedere dopo la scuola fermarsi ai semafori di Hachiko, ridere sotto i
maxischermi, farsi immortalare davanti ai centri commerciali: erano le nuove
icone della gioventù urbana.
Tutto partiva da Shibuya, il centro nevralgico delle studentesse, e da lì si propagò con la forza di un segnale radio che attraversava il paese. Le già citate riviste egg e Koakuma Ageha facevano da megafono, raccontando non soltanto la moda, ma invitando le lettrici a parteciparvi, a diventare parte del racconto collettivo.
Così, dalle
campagne di Aomori e Akita, o dalle coste di Kyushu, ogni fine settimana
arrivavano treni carichi di ragazzine decise a vivere la città dei propri
sogni. Si truccavano nei bagni delle stazioni, si scattavano foto nelle cabine purikura,
scambiavano numeri sui telefoni PHS e custodivano gelosamente la loro piccola
comunità dentro l'universo vibrante di Shibuya.
Come era accaduto per le tsuppari, anche la moda kogyaru attirò il disprezzo del mondo adulto, ma questa volta lo spirito era diverso: non si trattava più di ribellione pura, bensì di appartenenza. Ragazze che non volevano distruggere le regole, volevano solo riscriverle a modo loro, condividendo uno stile che parlava di complicità e sorellanza.
È forse per
questo che la loro immagine, più che una provocazione, divenne un segno
riconoscibile del Giappone di fine secolo, un filtro dorato attraverso cui la
società imparò a vedere la gioventù come soggetto attivo e creativo.
Con l'arrivo degli anni Duemila, la tempesta si quietò. Le uniformi tornarono sobrie, le gonne si accorciarono ma solo entro i limiti consentiti, le regole recuperarono spazio.
Eppure, sotto la superficie di
quell'apparente compostezza, continuava a pulsare l'eco di quegli anni
tumultuosi in cui bastava una piega più alta o un nastro colorato per sentirsi
protagonisti del proprio tempo.
Il problema dell’enjo kosai
Le luci di Shibuya convivevano con ombre che raramente venivano raccontate apertamente. Dietro i neon luccicanti serpeggiava infatti un fenomeno sociale che non smise di far discutere e catapultò il Giappone in conversazioni scomode, investendo in pieno la cultura gyaru.
Mi
riferisco all'enjo kosai, traducibile elegantemente come "relazione
d'assistenza", ma io preferisco la traduzione "frequentazione con
supporto". Si tratta di un termine volutamente vago ed edulcorato
utilizzato per evitare riferimenti diretti a sesso o prostituzione. Non fu un trend
passeggero, ma una realtà che prese piede proprio in quegli anni Novanta.
Immaginate la scena: studentesse, a volte giovanissime, o persino casalinghe, che stringono accordi segreti per frequentare uomini adulti in cambio di un aiuto economico, tradotto in denaro sonante o regali da capogiro.
La cosa più sorprendente è che queste ragazze non erano le teppiste sukeban degli anni Settanta. Spesso provenivano da famiglie rispettabili e avevano ricevuto una buona educazione.
Ma cosa le spingeva a tanto? La risposta era
spesso racchiusa in una borsa firmata o in un capo d'abbigliamento all'ultima
moda. Per finanziarsi uno stile di vita glam le giovanissime ricorrevano a
questi incontri, organizzati con la velocità di un messaggio tramite i primi
cellulari a buon mercato o i computer che giravano con Windows 95.
Dall'altro lato, chi si presentava a questi appuntamenti? Non erano figure losche, ma professionisti affermati: avvocati, professori e i classici salaryman, l'ossatura della classe dirigente. Le attività variavano: si poteva andare da una semplice serata al karaoke o a cena, fino a situazioni più intime.
Il fenomeno divenne così diffuso che diede vita a
pratiche correlate, come la rivendita di uniformi scolastiche o biancheria
intima usata a negozi che le proponevano a prezzi maggiorati agli allupati di
mezza età.
Numeri alla mano, la polizia giapponese dovette affrontare migliaia di casi di ragazze fermate per problemi legati alla prostituzione a metà degli anni Novanta, e le indagini metropolitane confermarono che una percentuale non indifferente di studentesse aveva praticato l'enjo kosai almeno una volta.
Questo aspetto, unito alla
netta separazione tra interno ed esterno della cultura gyaru, contribuì
a rafforzare l'immagine delle gyaru come qualcosa di spaventoso.
Nonostante i problemi d'immagine e quelli legati all'enjo kosai, la fine degli anni Novanta e l'inizio dei Duemila possono essere considerati la vera epoca d'oro della cultura gyaru, un periodo in cui le tendenze lanciate dalle gyaru erano così numerose da risultare quasi impossibili da elencare tutte.
Sempre in questi anni cominciarono a diffondersi numerosi manga ispirati alle gyaru, inaugurando una tendenza che la trasformava in una figura caricaturale, stilizzata e facilmente riconoscibile, pronta per essere consumata come personaggio.
(continua)



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