Shinjuku 1984, quando il cinema occupava i muri e i sogni
Ovvero, luci, poster e pinku eiga. Ovvero, un breve viaggio in una Tōkyō che non c’è più. Sono inciampato casualmente in una foto online e, puff, sono stato risucchiato in un’altra dimensione temporale senza nemmeno il bisogno di una DeLorean.
Mi è successo osservando uno scatto datato aprile 1984 (https://www.instagram.com/tokyo_timeslip/), un’immagine che cattura uno scorcio di Shinjuku così vibrante da sembrare quasi magico, una Tōkyō che purtroppo non ho mai visto dal vivo essendo approdato in Giappone solo nel 1992. Eppure, quel corridoio brulicante di vita che collegava l’entrata Ovest dell’immensa stazione ferroviaria non esiste più, spazzato via dal tempo e sostituito dal moderno palazzo Shinjuku Palette che oggi ospita, tra i vari negozi, un colosso come Uniqlo.
Tuttavia, a rapirmi il cuore in quello scatto non è stata l’architettura, bensì i poster cinematografici affissi alle pareti: una vera e propria finestra sulla cultura pop di quarant’anni fa, quando lo Shinjuku Shōchiku Kaikan era ancora il tempio del grande schermo. Sorto nel 1958 e rinnovato una decina di anni più tardi, questo complesso vantava due sale storiche: lo Shinjuku Shōchiku per le pellicole nipponiche e lo Shinjuku Piccadilly per quelle occidentali, un connubio perfetto che è durato fino alla conversione in multisala moderna nel 2008.
Cosa ci raccontano quei poster sul cinema del 1984? Scrutando l’immagine, si nota subito l’iconica Barbra Streisand che ammicca dal poster di Yentl, il musical da lei diretto e interpretato l’anno precedente. Ho cercato e ritrovato l'immagine di quel poster dell'edizione giapponese. Ma la vera chicca per gli appassionati di anime è poco più in basso, sotto l’insegna della Shōchiku, dove spuntano due perle dell’animazione. Sulla destra, seminascosto ma inconfondibile, si vede la locandina del film speciale di Conan il ragazzo del futuro, quel "Giganto no fukkatsu" uscito nel marzo 1984 che altro non era se non un montaggio mozzafiato degli ultimi tre episodi della serie, dedicato alla resurrezione dell'enorme macchina volante di Indastria fino all'arrivo di Conan e dei suoi amici all'Isola Perduta.
Accanto al poster di Conan un'altra locandina anime, stavolta su un personaggio sconosciuto in Italia: si tratta di "Chōjin Rokku", cioè Locke il super-uomo, un lungometraggio della Nippon Animation uscito in quei giorni. È un’opera basata su un manga leggendario, rimasto in pubblicazione fino al 2022, che ci proietta nell'Era Cosmica 0301 tra spie galattiche, fanatici e killer. L'esper Locke viene avvicinato da un certo Yamaki dell'Agenzia di intelligence militare della Federazione, che gli chiede la sua collaborazione. Il compito di Locke sarà di indagare sulle ambizioni di Lady Khan, una fanatica che cerca di fondare un Regno Millenario addestrando gli esper. Nel frattempo, Lady Kahn, venuta a conoscenza del contatto, addestra una bella giovane donna di nome Jessica affinché diventi una esper killer galattica. Quindi, la incarica di uccidere Locke.
Ma la foto nasconde anche un lato più peccaminoso, perché se a sinistra si vede un negozietto di occhiali, a destra, proprio sopra la testa di una ragazza in cappotto scuro, esplode il mondo del pinku eiga, film rosa, un macrogenere che include genericamente qualsiasi film contenga nudità o abbia a che fare con il sesso (sia esso un film drammatico, thriller, d'exploitation, ecc.), ma spesso utilizzato per identificare un genere più definito, di contenuto erotico softcore. Questi film rosa, nati negli anni Sessanta e caratterizzati da budget ridotti ma grande libertà artistica (e nudità), erano il cuore pulsante di un cinema erotico softcore che non sfociava mai nell'hardcore per via delle rigide leggi giapponesi. Il confine con l'hardcore non veniva mai superato, in quanto in Giappone la legge vieta di mostrare organi genitali o rapporti sessuali espliciti sul grande schermo.
In quel 1984 la casa di produzione Nikkatsu, regina del sottogenere roman porno, stava vivendo i suoi ultimi momenti d'oro prima che l'avvento dei videoregistratori e le nuove censure governative cambiassero tutto. Il nome nacque ribaltando il concetto di Porno Romance in Romance Pornography, abbreviato appunto in roman porno: un’intuizione linguistica che spostava l’accento sulla ricerca di una vena romantica anche dentro la pornografia. Perciò, erotismo che andava letteralmente a caccia di romanticismo, sfociato in una crasi pensata per nobilitare il genere e infondere un tocco di sentimento nelle scene più esplicite. Per circa un ventennio dall'inizio degli anni Settanta, Nikkatsu produsse svariati film di sfruttamento sessuale di alta qualità, con una media di tre al mese.
Scavando nei dettagli della foto, ho identificato tre titoli emblematici, a partire da “Nisemibōjin ichijiku hakusho”, cioè La finta vedova: Libro bianco sul fico, con Asahina Junko, uscito in quell'aprile 1984. La pellicola ci trascina nella vita di Atsuko, un'impiegata d'ufficio schiacciata da una routine monotona e da un rapporto ormai spento con il fidanzato Murakami. La svolta arriva durante la veglia funebre per il marito di un'amica: lì Atsuko incontra un ex compagno di università che, scambiandola erroneamente per la vedova, la seduce e la porta a letto. Folgorata dalla scoperta che le vedove godono di un fascino proibito e sono estremamente ricercate, Atsuko decide di crogiolarsi in questa nuova identità fittizia, divertendosi a confondere i confini tra realtà e finzione.
Tuttavia, l'equilibrio s'incrina quando una presunta coppia di sposini si trasferisce nell'appartamento accanto: ogni notte le pareti vibrano per i loro rapporti intensi e appassionati, alimentando le sue inquietudini. A metterla con le spalle al muro interviene l'ex ragazzo che, scoperto l'inganno, le lancia un avvertimento amaro: "Atsuko, stai ingannando non solo gli altri, ma anche te stessa", lasciandola profondamente depressa. La batosta finale arriva quando la donna scopre la verità sui vicini: non sono affatto sposati; lui in realtà è morto e lei è una vedova vera, che si abbandona al sesso sfrenato solo per scacciare il dolore del lutto. È in quel momento che Atsuko avverte, con tutta la loro forza, i limiti psicologici del suo gioco pericoloso.
Il poster al centro si intravede appena: sono risalito al film “Toruko 48 jikan”, cioè Turco, 48 ore, sempre dell'aprile 1984, interpretato da Asabuki Kate, una pellicola che pur esplorando le tecniche dei bagni turchi dell'epoca, brilla per una prospettiva quasi documentaristica sui drammi umani delle lavoratrici del sesso. Nonostante il film introduca minuziosamente tutte le tecniche sessuali in voga nei cosiddetti "bagni turchi" dell'epoca, la sceneggiatura brilla per la capacità di rifuggire lo stile del semplice reportage sull'industria del sesso.
Al contrario, la macchina da presa osserva quel mondo da una prospettiva fissa e profonda, descrivendo non solo i lauti guadagni, ma scavando soprattutto nelle insoddisfazioni emotive delle ragazze che vi lavoravano. È altresì un titolo storicamente significativo, poiché proprio nel 1984 le proteste dell'Ambasciata Turca e la petizione di uno studente portarono alla decisione ufficiale di cambiare il nome di questi locali da bagno turco (spesso abbreviati in “turco”, come il titolo del film in questione) in soapland, termine attualmente in uso ancora oggi. Soapland sono locali di intrattenimento per adulti in cui le dipendenti forniscono servizi sessuali ai clienti maschi in strutture termali.
A chiudere il trittico c'è “Benriya K-ko”, cioè K-ko la tuttofare, con Mihara Seiko, la storia di una studentessa universitaria pronta a tutto. K-ko non è una ragazza qualunque: figlia di un tuttofare, ne ha ereditato il mestiere e lo spirito, dichiarandosi disposta ad accettare qualsiasi incarico purché non sia eccessivamente pericoloso. Energica e spregiudicata, non si formalizza nemmeno davanti alla richiesta di posare nuda per dei pittori, ma la sua vita prende una piega inaspettata una sera in cui, per lasciare campo libero alla coinquilina Momoko e al suo ragazzo, decide di rifugiarsi in un parco vicino.
È qui che la sua strada incrocia quella di Yōko, una giovane delinquente che gravita attorno a un gruppo di teppisti intenti a ballare tra le ombre del parco. Quando il capo della banda tenta di molestarla, K-ko reagisce con una resistenza disperata finché non interviene Okita, un ragazzo che stava facendo jogging, a trarla in salvo. Con l’arrivo della polizia e il fuggi fuggi generale dei rissaioli, tra K-ko e il suo salvatore nasce un legame profondo; eppure, nonostante l'inizio di questa nuova storia d'amore, la ragazza non riesce a voltarsi dall'altra parte e si mette in testa di aiutare la giovane sbandata Yōko incontrata quella notte, ostinandosi a volerla riportare sulla retta via.
È affascinante come un semplice scatto possa trasformarsi in un viaggio mosaico tra luci e ombre di una Tōkyō che, sebbene demolita e ricostruita, continua a vivere attraverso questi frammenti di memoria visiva che ricordano quanto sia bello perdersi nel tempo.







Commenti
Posta un commento