Birth e il genio di Kanada Yoshinori

Nello sconfinato universo dell'animazione giapponese, soprattutto nel panorama ribollente degli anni Ottanta, sono nascoste delle gemme che, pur restando nell'ombra, hanno cambiato il corso della storia.



Birth”, lungometraggio del 1984, un titolo che incarna l'essenza della sperimentazione visiva pura e la libertà creativa del neonato mercato home video, è a mio parere uno dei tasselli indispensabili per comprendere la rivoluzione visiva che oggi diamo per scontata. Pubblicato come uno dei primissimi OVA (Original Video Animation), questo capolavoro fantascientifico dimenticato trae le sue radici dal manga “Birth Planet Busters”, primo e unico manga del compianto Kanada Yoshinori, dato alle stampe nel 1983, e porta con sé tutto il peso e l'originalità del suo autore. Un classico da vedere per chiunque sia interessato all'aspetto tecnico degli anime giapponesi.

La storia di “Birth” ci proietta su Aqualoid, un pianeta un tempo prospero e sede di una civiltà avanzata, ora ridotto a un guscio post-apocalittico a decine di migliaia di anni luce dalla Terra, in seguito all'attacco degli Inorganici, una misteriosa forza vitale che ha l’unico scopo di eradicare ogni forma di vita biologica. Al centro della narrazione troviamo Shurugi Nam, un giovane ed energico discendente del valoroso clan di guerrieri Zax, che entrando in possesso della Shade, una leggendaria Spada Sacra capace di opporsi agli Inorganici, scatena un inseguimento vertiginoso che coinvolge l'intero pianeta.



Nam non è solo in questa fuga disperata: al suo fianco troviamo la bellissima Jupiter Rasa, sua amica d'infanzia dalle proporzioni aggraziate, e il fedele Monga, una creatura espressiva e abile che regala momenti di squisito umorismo mentre brilla nelle fasi d'azione. A loro si unisce un duo leggendario di mercanti interstellari, il freddo Junobel Kim e il divertente Pao Luzan, quest'ultimo vero e proprio motore di gag, entrambi alla ricerca della spada per fini meno nobili. Mentre la misteriosa ed enigmatica Arlia osserva dall'ombra, legata a doppio filo al destino della Shade, i protagonisti devono attraversare lande desolate e affrontare mecha bizzarri e truppe inorganiche decisamente singolari.



Sebbene la trama possa apparire semplice e frammentaria, quasi oscurata da una narrazione che a metà film sembra perdere una direzione coerente, la vera anima di “Birth” risiede nell’estetica dirompente, frutto del genio del suo animatore. Kanada 'Iko' Yoshinori, infatti, non esitava a deformare i personaggi per enfatizzarne la drammaticità. Il soprannome 'Iko' deriv dal fatto che gli ideogrammi del nome Yoshinori possono essere letti anche così.

Il film è un susseguirsi ipnotico di sequenze frenetiche dove gli sfondi sono spesso dipinti direttamente sui cel per trasmettere un senso di velocità mozzafiato. In questa ricerca spasmodica del movimento l'animazione spesso ignora il lip-sync, con i personaggi che muovono le labbra nel vuoto in una discrepanza che, sebbene bizzarra, aggiunge un fascino surreale all'opera.



Per chiunque ami perdersi tra le linee cinetiche di quelle animazioni mozzafiato, esiste una parola che agisce come una sorta di formula magica: sakuga. Sebbene si possa semplicemente tradurre come “fotogramma”, sakuga è un termine che indica una scena animata di qualità elevata, caratterizzata da movimenti fluidi, dettagliati e artistici. Spesso coincide con momenti culminanti come combattimenti o sequenze emotive, dove il livello di disegno aumenta drasticamente rispetto alla media dell'episodio. Dietro quei sakuga si nasconde una filosofia produttiva nata per necessità e trasformata in arte dall’animazione nipponica di quell’epoca: un gioco d’azzardo che risparmiava sapientemente le energie nelle scene di passaggio attraverso una tecnica limitata per poi far esplodere i fotogrammi solo nei momenti cruciali.



Qualche notizia in più sull’animatore di “Birth” è d’obbligo: affermare che la più grande intuizione di Kanada sia stata capire che l’animazione è una serie di disegni può sembrare una provocazione, ma è proprio da questa consapevolezza elementare che nacque uno dei più grandi scossoni nella storia degli anime. Kanada entrò alla Toei Animation iniziando una scalata rapidissima e con l’esplosione dei super robot mise a fuoco la sua idea: l’animazione non doveva essere a servizio della sceneggiatura, ma pura espressione del movimento, con animatori elevati al rango di attori.



Effetti visivi e mecha furono i territori dove la sua tecnica dette i suoi frutti migliori grazie al contrasto e a deformazioni imprevedibili. Nacque così il suo leggendario stile fatto di prospettive estreme, grandangoli, distorsioni, pose esasperate, esplosioni incandescenti e giochi di luce che trasformarono i limiti di budget televisivi in pura energia visiva. L’approccio al character design introdusse un linguaggio visivo audace, caratterizzato da colori saturi e contrastanti che trasformavano ogni scena in un'esplosione cinetica, fatta di linee di velocità dritte e bagliori luminosi. La gestione magistrale dell’energia visiva trasformava un tratto in un’emozione viva e vibrante e influenzò molti dei talenti di oggi.

Kanada si specializzò in sigle di testa sempre più spettacolari che abbiamo avuto la fortuna di vedere anche in Italia. Cito i primi che mi vengono in mente: Gaiking, Voltus V, Zambot 3 e soprattutto Daitarn. È proprio in questi frangenti che la carica dinamica della sua tecnica dominò la scena fino alla fine degli anni Ottanta.



Nel 1984 Kanada realizzò il progetto più personale, "Birth" appunto, summa esplosiva del suo stile. Nonostante la trama possa risultare a tratti un pretesto per mostrare inseguimenti infiniti e la conclusione si distacchi bruscamente dal resto del lungometraggio, “Birth” rimane un'esperienza sensoriale carica di velocità, emozioni e gag visive, manifesto di un'epoca in cui l'animazione non aveva paura di essere eccessiva o incompresa.

L’incontro con Studio Ghibli segnerà un’altra svolta nella sua carriera: chiamato da Takahata per lavorare al primo lungometraggio di Miyazaki, Kanada lasciò il segno in Nausicaä della Valle del Vento e venne poi richiamato per lavorare su Laputa, Totoro, Kiki consegne a domicilio, Porco Rosso e La principessa Mononoke, guadagnandosi crediti speciali per la supervisione delle immagini originali.



Morto nel 2009 a soli 57 anni, Kanada ha lasciato un’impronta profonda nell’industria moderna degli anime e generazioni di animatori, soprattutto quelle cresciute negli anni Ottanta, hanno inseguito la sua verve creativa. In un’epoca digitale sempre più fredda, il suo lascito ci ricorda che la parola “animazione” contiene la parola “anima”, cioè quel soffio vitale che lui seppe imprimere ai cartoni, una carica d’energia supplementare in ogni esplosione, in ogni prospettiva impossibile, in ogni fotogramma su cui mise mano. Creò uno stile che continuò a svilupparsi e a brillare di luce propria, e lo fa ancora oggi, tra nostalgia e innovazione digitale.


Commenti