La famiglia Fukurokoji

Piccola divagazione che non c’entra nulla con il baseball, per parlare dei protagonisti delle strisce disegnate da Nakajima Morio e pubblicate dal settimanale Shukan Post.



Le fondamenta tradizionali della commedia giapponese possono essere rintracciate anche in fumetti senza grandi pretese come questo, concepito e disegnato per intrattenere con leggerezza e brio.  

Ecco dunque una tipica famiglia giapponese, i Fukurokoji, modellata sul calco della famiglia perfetta di quattro elementi, così come verrebbe considerata dalla società nipponica moderna: padre salaryman, madre casalinga, figlia maggiore (neechan) che dia il buon esempio e aiuti la madre ad accudire il fratellino maschio.




Funziona tutto in Le vicende quotidiane della famiglia Fukurokoji, a cominciare dall’ambientazione nella tipica mansion di un edificio multipiano che ospita i quattro protagonisti: un’abitazione standard che fa da cornice a situazioni costruite con il giusto dosaggio di umanità e cinismo.  

Il line-up della famiglia Fukurokoji schiera il marito Mikio (46 anni), un padre tranquillo e paziente, un comune salaryman più legato al lavoro che alla casa, spesso incompreso e sovente escluso dalle decisioni familiari, coinvolto solo quando si tratta di una bega. In pratica, funge da boke della famiglia.  

Segue la moglie Kimie (38 anni), una madre giovanile, casalinga sbrigativa e autoritaria, il vero capofamiglia: una donna spontanea che non manca mai di bacchettare il marito, mantenendo la compattezza della famigliola tra guizzi d’ironia. La classica tsukkomi.




Boke e tsukkomi sono ruoli fondamentali del manzai, il cabaret giapponese. Boke deriva dal verbo bokeru, che significa rimbambirsi (con l’età) oppure essere lento di comprendonio, e si riflette nella tendenza del boke a fraintendere e dimenticare le cose. Mentre tsukkomi deriva da tsukkomu, significa intromettersi, e indica il ruolo del secondo attore che corregge gli errori del boke. Negli spettacoli è comune che lo tsukkomi rimproveri il boke colpendolo sulla testa.

E poi i due figli: Miki (13 anni), la maggiore, adolescente dalla lingua tagliente, frequenta la scuola media, determinata e indipendente, inseparabile dal suo telefonino. Giorno dopo giorno assomiglia sempre più alla madre e perciò tende a mantenere una certa distanza dal padre.  

Infine Mikito (10 anni), il più piccolo, ingenuo studente di quinta elementare, che spesso preferisce osservare le beghe senza esporsi, per non incorrere nelle sgridate della madre. Non di rado finisce per solidarizzare con l’altro maschio di famiglia.

In fin dei conti, quello delle vicende della famiglia media è un tema inflazionato, che qui però viene trattato spingendo a fondo il pedale dell’umorismo sottile, nel contesto più scontato del quotidiano giapponese.



L’autore Nakajima Morio, evitando il facile didascalismo o le battute sdolcinate, descrive e circoscrive con scaltra precisione, offrendo spesso autentiche raffinatezze: ambiente e abitudini sono cucinati a puntino per un risultato brillante, scanzonato e rilassante. Se, come si suole dire, ridere fa bene al cuore, questo è un manga assolutamente terapeutico.  

Un solo difetto: la brevità!

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