Umi no Toriton e il trauma generazionale
"Umi no Toriton" è un’opera che agì da ponte tra giganti del calibro di "Corazzata Yamato" e "Gundam".
Appartengo a quella generazione che, in Italia, vide questa serie in diretta nel 1981, un periodo di vero e proprio intasamento di anime sulle nostre emittenti private.
Lo ammetto con una
punta di rammarico: all'epoca vidi "Toriton" quasi di sfuggita, perché sommerso da un’offerta
vastissima di titoli che reputavo decisamente superiori a questo ragazzino dai
capelli verdi, in tunica, che cavalcava un delfino.
Solo anni dopo,
approfondendo e ricercando, ho compreso la reale caratura di ciò che avevo
davanti: una serie con una sigla diventata fin troppo famosa in Giappone, ma
soprattutto un’opera scaturita dal genio di Tezuka Osamu.
Anche nell'attuale era Reiwa, quella melodia continua a riecheggiare negli stadi giapponesi, essendo una delle canzoni di tifo più classiche del torneo scolastico di baseball al Koshien.
Mi verrebbe quasi voglia di chiedere a quegli studenti, mentre la cantano con
foga sugli spalti, se sappiano davvero quale abisso di significati sia legato a
quelle note.
In Giappone, infatti,
quando si nomina "Umi no Toriton", le parole che affiorano immediatamente nei
ricordi di chi c’era sono "colpo di scena nell'ultimo episodio" e,
inevitabilmente, "trauma".
Nulla nella sigla o
nell'immagine del simpatico ragazzino che cavalca un delfino lascerebbe
presagire un finale così drammatico, eppure pare che assistere a quella svolta
debba essere stato un colpo durissimo per il pubblico dell'epoca.
La storia editoriale di
quest'opera è complessa e affascinante: il manga originale, intitolato "Aoi
Toriton" (Il tritone blu), fu pubblicato tra il 1969 e il 1971 sul quotidiano
Sankei Shinbun, lo stesso che fino a poco prima aveva ospitato "Astro Boy".
L'anime televisivo
arrivò solo nell'aprile del 1972 e fu così d'impatto che, quando il manga venne
raccolto in volumi alla fine dello stesso anno, il titolo fu cambiato in "Umi
no Toriton" per uniformarsi alla versione animata.
Sebbene la premessa di
base — il giovane Toriton e la sirenetta Pippi che combattono contro il popolo
di Poseidone per la sopravvivenza dei Tritoni — sia comune a entrambe le
versioni, il maestro Tezuka si smarcò con decisione dall'anime, definendolo troppo morbido e dichiarando che non era farina del suo sacco.
Nel manga, il racconto
è molto più stratificato: Toriton cresce sulla terraferma tra gli uomini,
affrontando l'inquinamento marino e l'avidità umana. Un dettaglio enciclopedico
fondamentale della versione cartacea è la cosiddetta metamorfosi: i
membri della tribù dei Tritoni crescono improvvisamente ogni cinque anni,
assumendo un aspetto sempre più adulto, tanto che nella storia originale
si vede Toriton cambiare più volte fino a diventare adulto e persino padre.
Nell'anime, invece,
resta un tredicenne dai capelli verdi in un'ambientazione quasi esclusivamente
marina, con episodi per lo più autoconclusivi pensati per i bambini, una
struttura semplice che però funge da paravento per la verità sconvolgente
rivelata solo nell'ultimo atto.
Va sottolineato che,
nonostante i nomi evocativi come Triton e Poseidon, l'opera è totalmente
originale e priva di legami diretti con la mitologia greca.
Anche il destino finale
del protagonista diverge enormemente: nel manga originale, Toriton esilia
Poseidone nello spazio a bordo di un missile, morendo con lui; nella versione
Sunday Comics, sferra un attacco suicida contro la fortezza nemica, mentre nel
film pilota lo affronta con poteri psichici.
Ma è la versione TV a restare impressa per la sua crudeltà concettuale.
Questo anime è il risultato
di una collaborazione d'eccezione, quasi incredibile a posteriori: un'opera di
Tezuka prodotta da Nishizaki Yoshinobu (creatore di "Corazzata Yamato") e
diretta da un giovane Tomino Yoshiyuki (il futuro padre di "Gundam"), entrambi
alla loro prima esperienza in questi ruoli.
Lasciando da parte Tezuka,
il rapporto tra gli altri due fu teso e influenzò le loro carriere future,
tanto che Tomino affermò di aver creato "Gundam" con il solo scopo di
sconfiggere la "Yamato" di Nishizaki.
Dietro lo sganciamento
di Tezuka c'erano ragioni personali profonde: Nishizaki era stato manager di
Tezuka alla Mushi Production proprio durante il fallimento dello studio e, nel
caos finanziario, era riuscito ad acquisire i diritti delle opere del Maestro
convincendolo con l'astuzia.
Si dice che Tezuka
pianse lacrime amare per come Nishizaki si era appropriato dei suoi diritti
d’autore e che diede il via libera all'anime solo perché stimava profondamente
Tomino come regista.
Tomino, tuttavia, non
fu un esecutore fedele: trovando l'opera originale noiosa, modificò
radicalmente personaggi e ambientazioni.
Il design non segue lo
stile di Tezuka perché non fu possibile coinvolgere lo staff della Mushi
Production, e Tomino ne approfittò per ribaltare completamente il concetto di
Bene e Male proprio nell'episodio finale.
Per sei mesi i bambini
avevano guardato un'avventura dove un eroe carino e dinamico sconfiggeva mostri
marini settimanali, per poi scoprire che la tribù di Poseidone non era
l'aggressore, ma la vittima.
In passato, i Tritoni
avevano ridotto in schiavitù il popolo di Poseidone e lo avevano usato come
sacrificio umano per sigillare una statua divina in oricalco sul fondo del
mare.
La tribù di Poseidone
stava solo cercando di sopravvivere a un'estinzione causata dai Tritoni.
Persino la spada di Toriton si rivela essere un'arma di sterminio concepita per
cancellare definitivamente i sopravvissuti di quel popolo.
Quando Toriton vince,
annienta un popolo forse nemmeno malvagio, e l'eruzione vulcanica finale
distrugge tutto ciò che resta della loro civiltà.
La sigla finale, che
parte dopo la frase "soshite, mata shonen wa tabidatsu..." (E così, ancora una volta, il ragazzo parte per un
viaggio...), assume un tono cupo e amaro, lasciando lo spettatore a dir
poco spiazzato. Perché proprio un finale del genere?
Questa svolta
copernicana fu un azzardo assoluto per l'epoca, gestita senza alcun
indizio preventivo proprio perché Tomino, prevedendo resistenze, tenne segreto
il finale persino al suo staff fino all'ultimo momento.
La serie doveva durare
un anno ma fu cancellata dopo sei mesi, spingendo il regista a condensare tutto
il suo nichilismo nel ventiseiesimo episodio, da lui personalmente sceneggiato.
Tomino sostenne in
seguito che il rancore millenario delle bestie marine verso i Tritoni
giustificava logicamente il fatto che i Tritoni fossero dalla parte del torto.
Sebbene Tezuka considerasse l'anime un'opera malriuscita, lasciò a Tomino una libertà che permise la nascita di quello che oggi è considerato un capolavoro esordiente: qui troviamo già i temi di "Zambot 3" e "Gundam", con protagonisti perseguitati e un'ambiguità morale lacerante.
Negli anime dell'era
Showa era frequente trovare storie così crudeli o ingiuste.
A differenza di oggi,
dove i compagni resuscitano o i soccorsi arrivano sempre, i creatori di allora
fuggivano dal convenzionalismo.
Molti di loro avevano
vissuto il trauma della guerra e il ribaltamento di valori del dopoguerra, e
portavano nella scrittura la rabbia per le disparità della crescita economica o
la frustrazione di dover scrivere per bambini quando avrebbero voluto rivolgersi
agli adulti.
Attraverso il trauma di
Toriton, i bambini giapponesi impararono inconsciamente che il mondo non era un
posto facile e che la verità poteva essere molto più dolorosa di un’avvincente battaglia
tra mostri.
Mi ha raccontato un coetaneo giapponese: "Guardando le repliche di "Toriton" ho iniziato a capire il significato del finale apparentemente difficile da decifrare. La tribù di Poseidon, che credevo malvagia, in realtà era composta da povere vittime. Mentre Toriton gridava "Non è colpa mia, ma di Poseidon che turba la pace dei mari!" e li annientava tutti! In pratica fu l'autore di un omicidio di massa (lol)".
In conclusione, "Umi no Toriton" è un'opera che, sotto una superficie ingannevole, ha il coraggio di sfidare il proprio pubblico, lasciando un'eredità indelebile nella cultura pop e nella sensibilità di chi, allora come oggi, cerca nell'animazione qualcosa di più di un semplice intrattenimento.






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