I guerrieri della notte targato Toei
Di recente ho rivisto il film I fichissimi, che si apre con una chiara parodia di The Warriors (I guerrieri della notte) in salsa milanese. La cosa mi ha incuriosito e mi sono chiesto se anche in Giappone fosse stato realizzato qualcosa di simile ispirato al cult americano. E in effetti esiste davvero!
Il 6 ottobre 1979 arrivò
nelle sale giapponesi Boryoku senshi (Guerrieri violenti), folle
produzione targata Toei, uno degli oggetti cinematografici più strani e sgangherati
del cinema giapponese di fine anni Settanta.
Un film nacque
chiaramente sulla scia del leggendario The Warriors di Walter Hill, ma
si trasformò lungo il percorso in qualcosa di completamente diverso, cioè un
road movie delirante basato su una fuga romantica in manette.
Dietro al progetto
c’era il fiuto commerciale di Okada Shigeru, storico presidente della Toei, sempre
all’inseguimento di mode cinematografiche. Durante un viaggio negli Stati Uniti
rimase folgorato da The Warriors, non ancora uscito in Giappone, e decise
di realizzarne una versione giapponese
Affidò così il progetto
a uno dei suoi registi, Ishii Teruo, chiedendogli di girare un film giovanile
aggressivo e moderno: “Facciamo un film di quel tipo, ma più innovativo! Proviamo
a lanciare un’opera scioccante che anticipi gli anni Ottanta!”. L’idea iniziale
era molto più radicale, visto che la produzione immaginava un film con
protagonisti teppisti quindicenni.
La realtà, però, si scontrò presto con i limiti dell’industria cinematografica dell’epoca. Perché, trovare adolescenti con il carisma necessario per reggere il grande schermo era quasi impossibile, e soprattutto il contesto sociale giapponese risultava del tutto diverso rispetto a quello delle gang americane raccontate da Walter Hill.
Alla fine la produzione
cambiò direzione, alzò l’età dei protagonisti e spostò il focus sui giovani
cresciuti nell’universo delle bande motociclistiche, per attrarre una
generazione che ormai considerava la yakuza qualcosa di superato e poco
attraente.
Fu così che entrarono
in scena gli attori Tanaka Ken e Okada Nana. Scelta curiosa: Tanaka aveva
ventisette anni, la Okada venti, ben lontani dai delinquenti adolescenti
immaginati dalla sceneggiatura iniziale.
Tanaka, fino ad allora
associato soprattutto a ruoli seri e drammatici, sorprese gli spettatori: un uomo
vicino ai trent’anni senza gli addominali scolpiti di Swan.
La Okada invece, fotogenica
e carina, approfittò del film per rompere definitivamente con la sua immagine
da idol e iniziare una nuova fase della propria carriera.
La trama parte già
sopra le righe. Sui titoli di testa, la banda degli Street Fighters entra in
scena schioccando le dita come in West Side Story.
Sul monte Rokko, vicino
a Kobe, durante un festival rock dominato dalle esibizioni degli ARB, esplode
una gigantesca rissa tra gli Street Fighters di Tokyo e i Dobermann Kid di
Kobe.
Nel bel mezzo del
trambusto, la polizia arresta Ken, leader della banda di Tokyo, e Maria,
sorella del capo dei rivali, ammanettandoli insieme. I due riescono a fuggire e
da quel momento iniziano una lunga fuga verso Tokyo, inseguiti sia dalla
polizia sia dalle bande nemiche che comunicano tramite radio.
Ken e Maria, ancora
ammanettati l’uno all’altra, scappano scendendo dal monte Rokko sui pattini a
rotelle, affrontando discese assurde come se fosse la cosa più naturale del
mondo.
E da lì in poi Boryoku
senshi inizia a inanellare una scena improbabile dopo l’altra. Il film
sembra sabotare continuamente sé stesso in modo affascinante.
I protagonisti
attraversano il Giappone centrale comportandosi più come una giovane coppia in
vacanza che come due delinquenti ricercati. Rubano una Porsche ed evitano posti
di blocco con una facilità disarmante, dormono nei motel senza pagare e
finiscono persino rinchiusi in un camion frigorifero.
Ogni scena pensata per
creare tensione finisce per diventare comica, e proprio qui nasce il fascino
assurdo del film. A rendere tutto ancora più memorabile ci pensa la sfilata di
personaggi e gang surreali che compaiono lungo il tragitto.
C’è una banda armata di
fionde che insegue i protagonisti lungo l’argine di un fiume, gli Shark Five Maglietta
rossa, c’è una gang femminile ispirata alla leggenda della donna dalla bocca
spaccata che scimmiotta le Lizzies, e c’è ovviamente una banda di teppisti in
uniforme da baseball, chiamata Kyusatsudan, gli Assassini della palla (non
potevano mancare gli imitatori dei Baseball Furies).
Dopo tre giorni
trascorsi in fuga, quando la coppia giunge a Tokyo, il tentativo di replicare
le atmosfere notturne di The Warriors diventa ancora più evidente, ma il
risultato resta ingenuo, quasi slapstick, sospeso tra minaccia e parodia.
Costretti a stare
insieme controvoglia, i due finiscono per avvicinarsi, trasformando la loro
corsa disperata verso Tokyo in una sorta di romantica West Side Story
con lieto fine.
Nonostante tutte le sue
goffaggini, Boryoku senshi possiede qualcosa che continua a rendermelo
irresistibile. Forse perché più che un vero film d’azione sembra la fotografia
spontanea di quell’epoca.
Ci ho trovato i pattini
a rotelle, le radio CB, il windsurf sulle spiagge di Shonan, le discoteche, le
insegne luminose ormai scomparse, l’autostop fatto mostrando le gambe, i motel
anni Settanta e persino i sintetizzatori analogici che sembrano usciti
direttamente dall’estetica della city pop.
E soprattutto ci sono
gli ARB, le loro canzoni accompagnano la fuga di Ken e Maria. La presenza della
rock band attraversa Boryoku senshi da cima a fondo, al punto che a
tratti il film sembra trasformarsi in un gigantesco video promozionale
mascherato da road movie, anche perché immortala gli ARB agli esordi.
Dietro le quinte, però,
la situazione era molto meno romantica. La rock band, all’epoca viveva in
povertà, e il produttore riuscì a convincerli a partecipare promettendo pasti
gratis e grande visibilità. Secondo quanto raccontato anni dopo dal leader
Ishibashi, molte promesse vennero poi disattese e l’esperienza lasciò nella
band un misto d’amarezza e imbarazzo.
Tornando al film, la
lavorazione trasmette l’impressione di essere stata realizzata di corsa. Alcune
scene d’azione sono chiaramente incompiute: si sente il rumore di vetri
infranti senza vedere nulla, le cadute vengono nascoste con primi piani
improvvisi e il montaggio taglia spesso via dei potenziali momenti spettacolari.
Anziché distruggere
il film, questa approssimazione finisce quasi per aumentarne il fascino.
Molti spettatori
dell’epoca rimasero completamente spiazzati, visto che il titolo prometteva
violenza, oscurità e gang spietate. Invece, nessun vero cattivo, pochissima
brutalità reale e persino la storia d’amore tra Ken e Maria che assume toni da
favola pop anni Settanta più che da tragedia urbana.
Ma è anche per tutto questo
che il film, nonostante tutti i suoi limiti, continua a sopravvivere nella
memoria degli appassionati. È un film fuori controllo, imperfetto, ingenuo e
caotico, e meno che meno, un clone decente di The Warriors.
Un piccolo disastro cinematografico che è stato capace di diventare, grazie alle sue contraddizioni, una specie do oggetto di culto. E nonostante tutto, una cosa la ottiene: ti fa venire voglia di rivedere The Warriors.







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