Dall'altra parte o da questa parte, il manga che sfidò la bolla

Questo è un manga che a molti giapponesi dell’epoca fece esclamare “Eccolo!”. Datato 1986, può essere tranquillamente definito il capolavoro del compianto Caribù Marley, uno dei più radicali, influenti e camaleontici mangaka, celebre per il suo stile duro, filosofico, spesso nichilista, e per l’uso di numerosi pseudonimi.



Caribù è una figura di culto grazie a opere che mescolano hard-boiled, critica sociale, marginalità, musica reggae, punk, boxe e un senso di libertà radicale. I suoi personaggi sono spesso ai margini, vite sgangherate, filosofia del “vivere al limite”, atmosfere da romanzo noir e un profondo amore per Bob Marley, da cui deriva il suo pseudonimo principale.

Parto dal titolo, “Meiso-O Border”. La linea tra le due “o” serve a specificare che si tratta di ideogrammi diversi e non un semplice allungamento fonetico. “Meiso” allude sia al vagare fisico, al vagare senza meta (il protagonista ha girato l'Eurasia per una decina d’anni), sia al vagare esistenziale. Aggiungendo la seconda “O” (re), la parola diventa "il Re del vagabondare, il Re che va alla deriva" e assume una sfumatura ironica di “Sovrano dello Smarrimento”. 

Mentre “Border” si riferisce al "confine" tra la società convenzionale e chi ne sta ai margini. Quel border indica dunque individui che a quei tempi camminavano sulla linea di confine tra il mondo frivolo della bolla economica degli anni '80 e della società borghese "addomesticata”, che l’autore chiama achiragawa, “l'altra parte”, e il mondo dell'autenticità, chiamato kochiragawa, “questa parte”.

Ambientato nel periodo della bolla economica, il manga racconta le stravaganti vicende quotidiane di personaggi ai margini della società. Fu pubblicato durante il boom economico e il messaggio anti-consumista e anti-conformista era in controtendenza rispetto ai valori dell'epoca.

Un manga pericoloso capace di iniettare un “veleno” radicale in una società consumistica nel pieno della bolla economica dove spiccavano uomini facoltosi, yuppies in rampa di lancio e donne frivole vestite in modo appariscente. Un’epoca in cui tutti avevano una discreta disponibilità economica e Tokyo non dormiva mai.



Quella bolla prima o poi sarebbe poi scoppiata e forse sarebbe stato possibile anticiparne il crollo. Eppure quasi tutti i giapponesi, inebriati da quel luccichio, si rifiutarono di crederlo. Avendolo intuito con la bolla all’apice dimostra che Caribù Marley era un passo avanti rispetto agli altri.

Il racconto ruota attorno al barbuto Hachisuka, inquilino quarantenne di un alloggio da tremila yen al mese (grosso modo quindici euro) che, in realtà, è l’ex bagno comune di un fatiscente condominio chiamato Gekkoso, la "Residenza del chiaro di Luna".

La filosofia di Hachisuka, o meglio di Caribù, è intrecciata con l'estetica musicale: jazz, punk e soprattutto reggae, che proprio in quel periodo spopolava in Giappone grazie a Bob Marley.

Hachisuka è un uomo fedele a sé stesso che non si lascia trascinare dai frivoli valori capitalistici “dell'altra parte”. Fa comunella con Kubota, un giovane che pur essendo dotato di buon senso è incapace di mettere a frutto le proprie doti, e dall’occhialuto Kimura, un ragazzo giunto da fuori città, il quale da due anni ripete senza successo l’esame di ammissione alla prestigiosa Università di Tokyo.




La vita hard-boiled del border Hachisuka è basata su una semplice filosofia: vivere al limite senza dare peso ai pochi soldi guadagnati di tanto in tanto e tornare immediatamente all’estrema povertà, deridendo al contempo “l’altra parte” che si è venduta alla società consumistica. Le norme comuni della società non hanno alcun effetto su di lui, ma è proprio questo il bello. I soldi per l’appartamento? Figuriamoci. I soldi per mangiare domani? Hachisuka spesso non li ha. Regole e buon senso? Al diavolo.

In realtà Hachisuka è un uomo brillante, ma per evitare le seccature della vita finge di essere uno sciocco e gironzola per la metropoli senza meta. Non ha un lavoro fisso, ma non è nemmeno un senzatetto, non ha nulla da perdere, eppure non si allontana dalla retta via. Un continuo vagare, avanti e indietro sulla linea di confine.

D’altra parte, Kubota, l’altro vagabondo, si è completamente adattato al suo ruolo di “junior” alle dipendenze del maestro, il quale gli spiega che la ricchezza, la fama e il prestigio tengono imprigionate le persone in una gabbia che limita la loro vita.



Lo studente ronin Kimura, alla fine, passerà l’esame e verrà ingoiato dall’ingranaggio. Ma non dimenticherà la promessa fatta agli altri due durante il periodo trascorso al Gekkoso, in quei giorni fluttuanti come nuvole, vissuti da uomini integri. I tre brinderanno nei pressi di un baracchino sotto il cavalcavia, sotto le lanterne rosse, chiacchierando di questo e quello: a quei tempi, visti “dall’altra parte”, erano il simbolo dei perdenti, ma in quei momenti brillavano davvero.

Credo che ognuno attraversi un periodo in cui prova ammirazione per ciò che non è normale, un periodo in cui si desidera vivere una vita non ordinaria, un periodo in cui si pensa di voler vivere non “dall’altra parte”, ma “da questa parte”, da persone libere, un periodo in cui si desidera una libertà invisibile e si spara all’impazzata con una pistola invisibile. In questo ambito, border suona come una parola magica.

Stando alla filosofia di vita di questo manga, “la situazione in cui non si possiede nulla è la più radicale e interessante”. Inoltre, il Giappone metropolitano non è una società perfetta, quindi si può criticarlo all'infinito dall'esterno. Ancora oggi si parla di mura shakai, “società impostata sul villaggio”, indicando una struttura chiusa e isolata. 



Caribù tentò di oltrepassare questi confini invisibili insinuandosi dall’interno e mi piacerebbe che molti giapponesi lo rileggessero oggi, in un’epoca in cui il web e l’intrattenimento da queste parti non fanno che trasmettere ogni giorno notizie futili e inutili. 

Ricordo di aver incrociato quest’opera quand’ero all’università e scambiavo il mio periodo di moratoria per una libertà eterna, cercando di evitare le responsabilità e prolungare quello stile di vita studentesco. Il classico periodo di transizione della giovinezza in cui si è esentati dai doveri degli adulti per cercare la propria identità, un lasso di tempo utile per cercare la propria strada e capire chi si vuole diventare.

Ma la moratoria prima o poi finisce, il mondo non è così indulgente. Bisogna lavorare. 

Leggendolo, confesso di aver provato disagio di fronte a quel gruppetto di personaggi così folli e intensi. 

Probabilmente non avrei mai barattato la casella confortevole su cui mi trovavo “dall’altra parte” con quella presunta libertà. Ma certi valori sono diversi per ciascuno e il significato della libertà lo si decide da soli. 

L’unica cosa certa che ho tratto da questo manga è che, anche se si perde tutto, si può ricominciare quante volte si vuole.


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