La magia nascosta del Koshien: un viaggio culturale nel baseball liceale giapponese

C'è un torneo in Giappone che non è solo sport, ma un vero e proprio fenomeno culturale, capace di fermare un'intera nazione: il Torneo Nazionale di Baseball delle Scuole Superiori allo stadio Koshien.



Per alcuni, è solo una manciata di ragazzi in divisa che si sfidano sul diamante di uno stadio leggendario. Ma per capire la vera, profonda magia del baseball liceale giapponese, bisogna andare oltre il risultato finale. Bisogna scendere nel cuore pulsante dei club scolastici, là dove si forgiano disciplina, passione e, soprattutto, una gerarchia di valori unica al mondo.

Questo non è un racconto di partite vinte o perse, ma un diario visivo e narrativo che svela il cammino estenuante e sacro che i giovani atleti affrontano da giugno ad agosto. Un viaggio fatto di sudore, sogni tenaci e di figure invisibili che rendono possibile il miracolo. Basterà varcare i cancelli di questa scuola fittizia, dove ogni lancio, ogni swing e ogni regola non scritta fa parte di un'epopea che merita di essere raccontata.

I dettagli che rendono magico il baseball liceale giapponese

Quando in agosto ci si accomoda sulle tribune del Koshien, lo spettatore esterno o chi non ha legami culturali con le squadre sul diamante, vede solo una sfida sportiva. Le emozioni che prova sono quelle tipiche di una qualsiasi partita di baseball. Ma per il vero tifoso e l'addetto ai lavori, la storia è ben diversa.

Le dinamiche che precedono quella partita e i loro interpreti, persone fondamentali, spesso invisibili dietro le quinte, compongono un preciso percorso culturale unico nella società scolastica giapponese. Proverò a narrarlo visivamente, aiutandomi con immagini significative dal web.

Ho immaginato una scuola fittizia e i suoi attori che si muoveranno sul loro palcoscenico, partendo dai primi di giugno, periodo chiave in cui l'adrenalina comincia a farsi sentire, fino ai primi di agosto, alla vigilia del clou nello stadio Koshien.

Chissà che questo diario virtuale non riesca a svelare all'osservatore elementi sportivi ancora sconosciuti. E chissà che alcune immagini reali non gli facciano tornare in mente le tavole di un manga, facendogli intuire l'animo di questi giovani eroi in un contesto così magico.

GIUGNO: L'aria cambia, la sfida inizia

La freschezza primaverile è un ricordo sbiadito. L'aria è satura di umidità. I primi, imponenti nuvoloni estivi si stagliano candidi contro un cielo azzurro, portando con sé qualche assaggio di vero caldo, anche se l'afa insopportabile delle estati nipponiche non è ancora esplosa.

Al club, le matricole sono ormai inquadrate e il coach ha già un'idea del materiale a disposizione. Per i ragazzi del baseball, l'arrivo del caldo ha un unico, chiaro significato: si avvicina il periodo che conta.

In altre parole, è l'inizio del ritiro preparatorio in vista del torneo eliminatorio di luglio, l'unica porta d'accesso al palcoscenico dei loro sogni. Tradotto in pratica: tanta fatica, dosi supplementari di allenamento e litri di sudore versati per amore della causa.

Il luogo: il campetto della scuola

Ecco il ground adiacente alla scuola che ospiterà gli allenamenti dei giovani in cerca di gloria. Il primo caldo l'ha reso secco e arido; solo sparuti ciuffi d'erba verde rompono la monotonia giallastra e marrone del campo. Per fortuna, nel giro di poche settimane, la stagione delle piogge attutirà la polvere e riequilibrerà le cose. Spesso, questo ground si sovrappone ai campi da calcio o da rugby. Per questo, i club devono organizzare turni settimanali per completare la preparazione e, soprattutto, per disputare le tradizionali partitelle in famiglia senza intralciare l'attività dei vicini.



I personaggi: la squadra

Arruolati i nuovi iscritti, è il momento della rituale foto di gruppo, che fissa i volti vecchi e nuovi del club rinnovato. La foto ufficiale, con i soli diciotto titolari scelti dal coach, arriverà solo più tardi, riservata ai più bravi o fortunati. Per ora, nessun indizio apparente di joge kankei (relazioni senpai-kohai). Sono tutti insieme appassionatamente: volti sorridenti, uniformi immacolate e tanti, tanti sogni nel cassetto.



I personaggi: le manager

Sono studentesse appassionate che si mettono a disposizione totale della squadra e della causa del baseball liceale. Attenzione: il termine manager qui differisce dalla concezione americana. Nel baseball liceale giapponese, la manager è una studentessa patita, una sorta di assistente fuori campo che si occupa dell'aspetto logistico. È colei che si adopera affinché gli atleti possano allenarsi nelle migliori condizioni possibili.

Inoltre, ricopre il ruolo cruciale di scorer: tramuta in dati ogni singola fase di gioco, inserendo nell'apposito book azioni, cambi, punti, battute e lanci. Una mole utilissima di informazioni a cui il coach attinge a piene mani per analizzare le caratteristiche dei suoi ragazzi.



Aprile non è solo il mese dei rookies; è anche quello che segna l'ingresso delle nuove manager nel club. Le studentesse del primo anno si presentano e salutano la squadra, sotto gli sguardi sorridenti – e forse un po' compiaciuti – dei senpai. Normalmente sono una o due, ma nei club più importanti possono arrivare a quattro o cinque, organizzate da una senpai del terzo anno che dà le direttive e i consigli alle ultime arrivate. In pratica, sono ragazze volenterose e instancabili, in perenne attesa di occuparsi dei bisogni degli atleti, il che significa: sfacchinare senza sosta. Nonostante la fatica, il ruolo di manager è ambito dalle ragazze più attive, tanto che spesso il club si trova costretto a respingere diverse candidate.

Le loro mansioni principali? Sistemare borsoni, mazze, ceste e palline: gli arnesi considerati leggeri (quelli pesanti spettano ai rookies). Raccogliere decine di palline bianche a fine giornata nella polvere del ground, e controllarle rigorosamente una ad una. Pulirle dal terriccio e dalle ammaccature, e all'occorrenza, ricucirle. Stare a bordo campo a controllare, ricontrollare, e poi ricontrollare ancora ogni cosa, aspettando un cenno del coach o la chiamata di un atleta assetato. Mentre aspettano, sistemano magari le scarpette da jogging dei titolari per l'eventuale corsa defatigante.



Con l'inizio del ritiro, preparano tutto il necessario per dissetare i ragazzi in debito di liquidi e per medicarli in caso di leggeri infortuni. Ripongono le attrezzature leggere, lavano le stoviglie, puliscono le uniformi, e soprattutto, preparano abbondanti porzioni di riso per gli spuntini nelle pause degli allenamenti. In quei club con pochi iscritti, può capitare persino che le manager partecipino attivamente agli allenamenti. Nei rarissimi ritagli di tempo, come accennato, si dedicano alla stesura dei preziosi score book. Sono i veri e propri angeli custodi del ground!

La battaglia per la panchina

Nonostante tutta la loro dedizione, fino a qualche anno fa, in caso di qualificazione al Koshien, l'accesso alla panchina durante la manifestazione di agosto era vietato alle ragazze. La manager poteva sedersi in panchina solo fino alla finale delle eliminatorie, ma non oltre.

Poi, la Federazione decise, giustamente e con un certo ritardo, di modificare i ferrei regolamenti maschilisti. La foto che ritrae Mii Yukako del Tochiku Gakuen di Fukuoka (agosto 1996) è in un certo senso storica: è stata la prima manager a potersi sedere su una panchina del Koshien. Prima di lei, era un privilegio riservato solo al coach, al bucho e ai diciotto giocatori.



Oggi, vedere una manager aggregata alla squadra in TV al Koshien è diventata una normale consuetudine. Ciò che conta è che la Federazione abbia riconosciuto i sacrosanti diritti di queste ragazze, concedendo anche a loro di vivere in prima persona il sogno del Koshien.

GIUGNO: I pilastri della squadra

I moderni sistemi educativi richiederebbero al coach doti umane, psicologiche, metodologiche, tecniche e chi più ne ha più ne metta. Ma all'interno del club, il coach rappresenta la legge ed è restio ad ascoltare pareri esterni. Nessuno può permettersi di insegnare il baseball a una vecchia volpe come lui! Durante le gare, in panchina, oltre agli atleti in divisa, si scorgono tre figure distinte: il coach (kantoku), il bucho (il responsabile scolastico) e la manager (di cui abbiamo già parlato).

I personaggi: il coach (kantoku)

Un tempo, il ruolo di coach era spesso ricoperto dal professore di educazione fisica o da un altro docente. Oggi, la figura ha assunto un aspetto più professionale: vengono ingaggiati ex-giocatori, o ex-membri dello stesso club, che conoscono bene l'ambiente locale.

Quanto conta il coach nell'economia di una squadra di ragazzini? Nel baseball liceale giapponese, moltissimo. Il suo ruolo è predominante e fondamentale, poiché il baseball è uno sport in cui la sfida psicologica in campo ha un'incidenza emotiva superiore a molti altri. La sua mansione spesso si trasforma in un lavoro psicologico: è cruciale mostrarsi pazienti e parlare molto con i ragazzi, specialmente con i lanciatori.



Capita spesso che sia il coach a chiamare i lanci (la successione con cui la batteria affronta il battitore). Inoltre, un bravo coach deve essere abile dal punto di vista istruttivo: è importantissimo insegnare la corretta meccanica di lancio a un giovane pitcher, il ruolo più soggetto a infortuni.

Questo approccio vale per tutti: un atteggiamento equilibrato (né troppo duro, né troppo morbido) verso i titolari e una buona comunicabilità con i più giovani e le manager, rilassano un ambiente già di per sé delicato, che tende ad agitarsi con l'avvicinarsi delle eliminatorie.

La sostituzione di un battitore, il cambio di un lanciatore, il segnale di una smorzata (bunt) o di uno squeeze play in un momento topico, sono tutte chiamate di gioco decisive che spettano solo e soltanto alla panchina. Nel bene o nel male, la responsabilità ricade tutta sul coach. Le sue intuizioni tattiche influenzano la partita, spostando a volte l'ago della bilancia verso la vittoria, a volte, ahimè, verso la sconfitta.

I personaggi: il bucho

In ambito sportivo scolastico, bu sta per "associazione, club", cho per "capo, leader". È colui che ricopre la posizione di leader del club, sulla carta persino superiore al coach. Il bucho non veste l'uniforme. D'estate è inconfondibile: lo si nota fremere in panchina, incravattato, con un completo formale da lavoro, camicia a mezze maniche (o polo) e l'immancabile cappellino del club ben calcato in testa.



Riveste il ruolo di rappresentante della scuola nelle manifestazioni ufficiali e funge da tramite tra la scuola e il coach (spesso un esterno che non ha familiarità con i regolamenti interni). Il bucho è anche il controllore del club. Spetta a lui scongiurare infrazioni al regolamento (fumo o alcool, sanzionati brutalmente dalla Federazione) ed episodi di violenza interna che potrebbero mettere a repentaglio la partecipazione alle competizioni. Non è necessariamente un esperto di baseball, anche se, tempo permettendo, riesce a ritagliarsi il ruolo di allenatore in seconda.

GIUGNO: I kohai e la gerarchia sacra

A differenza degli studenti italiani, i coetanei giapponesi riposano (si fa per dire) solo ad agosto. A giugno e luglio, le lezioni continuano regolarmente. L'aria è immobile, appiccicosa di umidità, con la pioggerellina dello tsuyu (stagione delle piogge) che si posa sugli ajisai (ortensie). L'afa obbliga all'uso sfrenato dell'aria condizionata. Niente mare, niente spiaggia, e la vera colonna sonora dell'estate è l'instancabile coro ritmato delle cicale. Ma di mare non se ne parla proprio, soprattutto se si fa parte del club di baseball, si è iscritti da pochi mesi e si è già bollati come matricole.

I personaggi: le matricole (kohai)

Nel baseball giovanile giapponese si usa raramente il termine rookie; la gerarchia imposta dalla società (tateshakai, la società verticale) ha già coniato la parola kohai. Estesa al campo sportivo, indica lo studente o il collega più giovane. All'interno del club, kohai assume talvolta sfumature meno lusinghiere, al pari dei nostri "pivello" o "mezza cartuccia". È lo studentello sprovveduto che ha il dovere morale di rispettare gli anziani e perciò va messo in riga dal primo istante.

Il loro segno di riconoscimento è il nome vergato col pennarello sulla divisa bianco splendente. Al contrario, i senpai (gli anziani), invidiati dai kohai, sfoggiano divise sdrucite e macchiate da due anni di duri allenamenti, con in più l'agognato numero appiccicato sulla schiena.



La relazione senpai-kohai si basa sull'immediata identificazione dell'allievo più anziano. Coloro che si allenano da più tempo e hanno più esperienza, godono del diritto di precedenza su ogni cosa, indipendentemente dal talento.

È responsabilità dei senpai educare le matricole, evitando angherie che potrebbero estromettere il club dalle competizioni. Le matricole, a loro volta, devono soddisfare le esigenze degli anziani senza ribellarsi, rispettando la precedenza: preparare le attrezzature per l'allenamento dei senpai; salutarli per primi; ceder loro il passo; allenarsi, riposarsi e bere solo dopo che gli anziani l'hanno fatto.

Gli anziani non pretendono che i kohai facciano tutto (ci sono già le manager), ma esigono che rimangano al loro posto, senza pretendere nulla, in attesa che la gerarchia compia il suo ciclo. Tutto è regolato dal principio del mibun, il sistema dei diritti e dei doveri. Insomma: zitto, guarda e impara, che poi verrà anche il tuo turno. A meno che non si parli di una matricola con qualità tecniche o atletiche fuori dal comune. In questo caso, il giudizio spetta unicamente al coach, l'unica persona in grado di far saltare questa rigida gerarchia.

Tornando alle matricole "normali", il loro destino implica una serie di compiti faticosissimi, lasciando poco tempo per allenarsi: trasportare avanti e indietro le casse pesanti con l'attrezzatura; pulire i cuscinetti delle basi; sgomberare il campo da erbacce e sassi; stendere il terriccio del diamante con i rastrelli di legno e riempire le buche alle basi con la terra contenuta nei sacchi di iuta. In caso di pioggia, arriva il lavoro più ingrato: asciugare le pozzanghere con grosse spugne assorbenti, per permettere il regolare svolgimento dell'allenamento.

GIUGNO: lo tsuyu e la passione inarrestabile

Arriva la stagione delle piogge! Il cielo ha smarrito l'azzurro ed è coperto di nuvole. Siamo a metà giugno. Ecco lo tsuyu, la stagione delle piogge, che prende possesso del cielo nipponico fino a luglio inoltrato. Un mese o poco più di cielo grigio, di nuvoloni onnipresenti, con un'atmosfera che sembra assediata da un pentolone che sbuffa vapore.

Lo tsuyu significa una pioggia quasi ininterrotta per tre o quattro settimane, accompagnata da un tasso d'umidità spaventoso, che cederà poi il Giappone all'afa di agosto, con picchi costantemente sopra i 35 gradi. Ma questo non è un problema. Così come non lo è giocare all'una di pomeriggio di un giorno d'agosto, con una temperatura che sfiora i 40 gradi. Allo stesso modo, nessuno farà la faccia schifata se, al contrario, il campo sarà inzuppato d'acqua.

Certo, scivolare nel fango può essere divertente. Lo è un po' meno lanciare da una montagnola di terra con i piedi traballanti alla ricerca di una base solida. Ma i volenterosi lanciatori del baseball liceale non arricceranno il naso.



Il baseball è uno sport che si nutre di sole, detesta l'autunno che decreta la sua fine. Tuttavia, in Giappone, a giugno inoltrato, nessuno si fida del clima. Capita che l'allenamento del pomeriggio sia a rischio. L'acqua cade fitta e insistente, infangando il campo e facendo brillare le zone d'erba fradice.

Nel calcio si userebbe la tipica frase "un terreno ai limiti della praticabilità". Ascolteremmo dibattiti: Si gioca? Non si gioca? E se mi faccio male? Mai si udiranno frasi del genere, non se si tratta di una squadra di baseball giapponese.

Cosa preoccupa, dunque? Le zone terrose in prossimità delle basi e intorno al mound (la collinetta del lanciatore), squarciate da ampie pozzanghere? Un cenno del coach, ed ecco che entrano in azione le squadre di matricole, armate di grosse spugne e catini, che iniziano ad asciugare il diamante. Sono un motore silenzioso e instancabile che lavora, lavora e lavora, senza mai brontolare.

Oppure: “chi vuoi che venga a vederci oggi che piove”. Nemmeno questa frase la sentirai mai. Il pubblico giapponese è un appassionato sostenitore di questo sport. Tra una goccia e l'altra, almeno un centinaio di spettatori si presenta puntualmente, incurante dell'acqua. Tolte le tifoserie organizzate degli studenti (che devono obbligatoriamente esserci) e qualche orchestrina scolastica (brass band), sugli spalti si accomodano soprattutto mamme, nonni e fratellini (i papà no, di norma lavorano...), che nella buona e nella cattiva sorte, sfidano le intemperie per incitare i loro beniamini.

A loro si aggiungono amici, curiosi e, infine, i veri patiti del baseball, gli yakyu baka (patiti di baseball), quelli che non si perderebbero nemmeno una sfida tra scapoli e ammogliati. Ci vuole ben altro che qualche goccia per spegnere la passione ultracentenaria del Giappone per il baseball!

LUGLIO: il ritiro (gasshuku) e il gruppismo

Wikipedia cita il nihonjinron (teorie sui giapponesi): l'individuo nipponico tende a conformarsi spontaneamente con l'ordine della comunità. Una tendenza chiamata gruppismo, che spiega l'alta coesione sociale, il basso livello di conflittualità, e i sacrifici che il singolo è disposto a fare per il bene collettivo. I beneficiari? La famiglia, la ditta, la nazione... e, ovviamente, il club di baseball!

Il luogo: il gasshuku (Training Camp)

Per un club sportivo, gasshuku (gatsu, convergenza/unione; juku, alloggio) equivale al concetto di training camp o ritiro. Questo sistema aiuta i ragazzi a migliorare l'affiatamento e a rimanere concentrati nel periodo pre-torneo.

Il ritiro è appannaggio solo delle scuole di un certo livello, quelle con dormitori o che possono permettersi di affittare un hotel con attrezzature e un campo da baseball nelle vicinanze. Di solito, i ritiri estivi durano dai quattro ai sette giorni.

L'obiettivo è la preparazione fisica, con carichi di lavoro di 6/7 ore al giorno, e un occhio di riguardo alla tattica. Il tempo è limitato e nulla è lasciato al caso. Ognuno riceve una copia del programma giornaliero, da rispettare rigorosamente.

Sveglia all'alba, tutti allineati e saluto marziale scandito dalle urla del capitano. A seguire, l'immancabile serie di esercizi di riscaldamento (in Giappone lo stretching mattutino lo fanno persino gli operai!). Mattinata dedicata agli allenamenti individuali per migliorare i fondamentali in difesa e in battuta. Pranzo alle 12:00, breve riposino, e poi di nuovo sotto.



Se il coach è soddisfatto del mattino, il resto del pomeriggio è riservato ai kohakusen (sfide interne tra titolari e riserve) o alle amichevoli. Altrimenti, si torna agli individuali. Cena servita presto (mai oltre le 19:00). Bagno in vasca comune (ofuro) per rilassare il corpo. Infine, i meeting serali con il coach, per rivedere il lavoro svolto e guardare i video degli avversari più pericolosi. Insomma, un ritiro in piena regola, degno di una squadra di professionisti.

La gerarchia non si sposta di un millimetro: i senpai mantengono i loro privilegi. Durante le corse defatiganti, sono loro a guidare il gruppo, e nessuno del secondo anno, tantomeno le matricole, si sogna di superarli.

Durante il ritiro, si disputano molti kohakusen (letteralmente, scontro tra rossi e bianchi), le partitelle in famiglia considerate veri e propri banchi di prova per decidere la formazione titolare. Pur indossando la stessa uniforme, le squadre giocano come se fossero acerrime avversarie, perché ben figurare in queste sfide fratricide può portare in dono la maglia con l'agognato numero.

A volte, gli Old Boys (gli ex-allievi) si aggregano per dare una mano come supervisori. Sono mossi dalla fedeltà per la squadra che li ha svezzati. Qui, l'attaccamento alla propria scuola è un motivo d'orgoglio da ripagare con affetto e dedizione. Non a caso, lo striscione più gettonato a bordo campo è: Mezase Koshien! (Puntate al Koshien!).

Infine, alcuni club, dopo il congedo dei senpai (metà agosto), organizzano un ritiro postumo per ricreare il giusto amalgama tra le matricole timide e i vecchi del secondo anno (preoccupati dall'imminente aumento di responsabilità morali come senpai). Questo gasshuku punta a formare lo spirito di squadra indispensabile per affrontare la nuova stagione.

I ritiri avvengono quando ormai nell'aria si respira odore di baseball, e le divise dei giocatori si sono sporcate sui campi fangosi di giugno o polverosi di agosto. Tante belle macchie su una casacca bianca da ripulire giorno dopo giorno – anzi, da far ripulire alle manager! Macchie che servono al coach per raffinare la pietra grezza e ottenere un valido gioiellino di baseball.

LUGLIO: disciplina e ossessione per il dettaglio

La concentrazione innanzitutto. L'abilità di tenere fuori dal diamante le distrazioni è un ottimo grimaldello per aprire le porte del paradiso chiamato gioco del baseball. Allo stesso tempo, un'ottima tenuta atletica e una preparazione tecnica adeguata moltiplicano le possibilità di maneggiare quel grimaldello.

Gli allenamenti

In una cornice apparentemente rilassata ma traboccante di sano agonismo, agli ordini dell'inflessibile coach, la schiera di ragazzi si sottopone a ripetute sedute di allenamento, cercando di non sprecare nemmeno uno dei minuti a disposizione tra studio e scuola.

I campi polverosi in terra battuta e arsi dal sole, le palestre al riparo dal maltempo, persino i corridoi della scuola: ogni ambiente è utile per cimentarsi con guantoni, mazze e palline. Se la palestra è occupata da basket o pallavolo, i corridoi diventano gli spazi ideali per affinare la tecnica senza essere disturbati!

Ogni momento è buono per irrobustire braccia, gambe e addominali. I cento o più soburi (swing) quotidiani diventano una consuetudine scontata per i battitori, alla pari del giretto defatigante di campo prima della doccia. I lanciatori, spinti dalla voglia di familiarizzare con il tocco di palla, rigirano di nascosto la pallina fra le mani, simulando le prese per le kaabu (curve), le fooku (forkball) o le nakkuru (knuckleball), persino durante le lezioni del mattino.



Battitori instancabili, assistiti da manager o matricole, svuotano casse ricolme di palline scagliandone il più possibile contro le reti di protezione. Le quattro fasi della battuta (attesa, passo, giro di mazza e follow-through) vengono ripetute all'infinito e nel modo più scrupoloso. Per potenziare lo swing, si usano pesanti sbarre di ferro o lunghe aste di gomma. Dopo gli allenamenti, non è raro che i ragazzi più scrupolosi si rechino al batting center vicino per un supplemento di esercizio che chiude in bellezza la giornata.

Il resto, lo si impara sul campo, dove gli imprevisti, l'emotività e le difficoltà tecniche inducono sovente all'errore, ma allo stesso tempo il campo rimane l'unica, vera aula dove i ragazzi imparano l'arte dell'imprevisto. Quando la pallina sferrata dal battitore sfreccia veloce, l'atleta non ha il tempo di pensare; deve reagire d'istinto, trasformando in azione il frutto di migliaia di ripetizioni. È qui che il coach può gridare, disperarsi, o esultare, ma l'esecuzione spetta al giocatore. 

Il baseball liceale giapponese è questo: una fusione perfetta tra l'autorità assoluta del kantoku in panchina e la libertà, istintiva e solitaria, del ragazzo nel momento cruciale della gara. È un balletto di disciplina ferrea e improvvisazione atletica, che si svolge in uno scenario dove la polvere e il fango sono sacri quanto il risultato.

Il cammino di giugno e luglio è un inno al sacrificio per il bene collettivo, un rito di passaggio che trasforma i kohai ingenui in uomini responsabili. Le macchie sulle divise non sono più solo fango, ma stemmi di onore e fatica condivisa. Le manager infaticabili, i coach severi ma giusti, i bucho in cravatta: ognuno è un ingranaggio essenziale in questa titanica preparazione.



E quando, finalmente, arriveranno i primi giorni di agosto, e le luci del leggendario stadio Koshien si accenderanno, sapremo che non stiamo assistendo solo a un torneo. Stiamo osservando il compimento di un percorso culturale, un'ossessione nazionale per la perfezione e la dedizione, che rende questi giovani atleti e il loro baseball davvero, profondamente, magici.

Commenti

  1. Meraviglioso. L'hai scritto tu? Mi sembra di intuire una conoscenza dei meccanismi che vivono i liceali nipponici e quindi che forse hai un figlio o due che hanno frequentato li.
    Una cosa che mi ha sempre fatto sentire vicino il Giappone è che - a parte il mese delle piogge visto il clima oceanico e al netto del cambiamento climatico - a grandi linee ha il nostro clima.
    Non riesco a capacitarmi però dell'inizio anno scolastico a marzo e come le finali sportive si svolgano a metà anno scolastico.
    Grazie dell'articolo.
    P2!
    Giù

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    1. Ciao Giù!
      Innanzitutto, buon 2026.
      Grazie mille! Contento che ti sia piaciuto. Si tratta della versione riveduta e accorciata di un vecchio post che avevo scritto nella vecchia versione del blog.
      Hai visto giusto: conosco bene certe dinamiche della vita liceale giapponese proprio per 'motivi familiari', anche se non sono strettamente legati al baseball.
      In realtà, il baseball liceale lo 'mastico' dagli anni '90. L'ho seguito negli anni in tutte le sue sfaccettature, mi tengo costantemente aggiornato e ormai lo conosco bene come un italiano conosce il calcio. Ti assicuro che le informazioni che ho messo nell'articolo sono cose risapute qui, direi quasi scontate, esempi della normalità quotidiana.
      Per quanto riguarda l'anno scolastico: sì, inizia ufficialmente il primo di aprile. A marzo, salvo tornei, c'è solo un breve stacco che chiamano 'vacanze di primavera'.
      Sullo sport durante l'anno, be', qui la vita studentesca (e quindi anche l'attività sportiva legata alla scuola) è vista quasi come un ruolo sociale, comparabile per impegni e orari a un vero e proprio lavoro. Si tratta di una dedizione molto seria!
      Infine, sul clima hai ragione: le stagioni giapponesi sono molto simili alle nostre, con l'unica grossa differenza che qui abbiamo la stagione delle piogge e l'agosto è spesso reso insopportabile dal caldo afoso.

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