Tre perle inedite del genere supokon (e il suo decadimento)
Anche al giorno d’oggi, gli anime a tema sportivo mantengono un’enorme popolarità e sono incredibilmente coinvolgenti. Un paio di anni fa ho sussultato di nuovo guardando in tv The First SLAM DUNK, e ho goduto per serie come Haikyu!! (L'asso del volley) e, sebbene sia un po’ atipico, Blue Lock.
Lo sport, in ogni epoca e per ogni generazione, ha l’innata capacità di regalare gioia e commozione, e come diceva un famoso drammaturgo locale “nessun dramma può competere con l’emozione dello sport”. È inevitabile, dunque, che gli anime che ne parlano siano così avvincenti.
Negli anni ’70 il genere era ricco di capolavori, tre titoli su tutti "Kyojin no Hoshi" (Tommy la stella dei Giants), "Ashita no Jo" (Rocky Joe) e "Tiger Mask" (L'Uomo Tigre), ora conosciutissimi anche fuori dai confini dell’arcipelago. Ma oltre a questi ne vennero trasmessi altri, ancora sconosciuti in Italia, che tuttavia qui sono considerati anime notevoli per i loro contenuti, ricchi di spunti e, soprattutto, capaci di scaldare l'anima.
Prima perla: "Apache yakyugun" (team di baseball Apache)
“Oretacha hadaka ga yunifoomu!” (La nostra uniforme è il petto nudo!): questa la frase iconica della sigla, che inizia senza accompagnamento musicale. Fu di un impatto devastante e rappresenta, di fatto, l’essenza stessa di questo anime.
La trama è all’apparenza un classico supokon: il protagonista, Dojima Tsuyoshi, che ha rinunciato al baseball per una serie di ragioni, si ritrova in un villaggio remoto e dimenticato dalla società. Qui, tra mille difficoltà, insegna il baseball a un gruppo di ragazzi ribelli e antisociali, li unisce in una squadra e, alla fine, riesce a sconfiggere il Liceo QL, una scuola veterana del Koshien.
Ciò che rende quest'opera diversa è che il soggetto venne scritto da Kanzaki Hanato, un romanziere e sceneggiatore noto per opere ricche di umanità e realismo. Così, gli elementi tipici dello supokon sono intrisi di un realismo grezzo e viscerale, trasformando l'anime anche in un vero e proprio dramma di formazione. Infine, ciò che è davvero sbalorditivo sono i personaggi. Più che individualisti, alcuni sono elementi intensi, quasi bestiali. I ragazzi vengono chiamati solo con soprannomi: Abashiri, Zaimoku, Monkey, Okera, Kokera, Happa, Dani, Daigaku, Daikon, Komori. Solo la ragazza, Hanako, viene chiamata per nome.
Tra tutti, uno dei preferiti dei fan, per la sua natura sovrumana, era Monkey. Dotato di capacità fisiche eccezionali, Monkey era in grado di coprire da solo tutto l'outfield, cioè il campo esterno di solito difeso da tre giocatori! A quanto pare, aveva anche perfezionato un suo "baseball in solitaria": lanciava la palla, la colpiva nel box del battitore, la recuperava e la rilanciava, arrivando in tempo per riprenderla a casa base. Nell'episodio finale, contro il Liceo QL, durante il nono inning si arrampica sul tabellone pubblicitario per afferrare una pallina che sarebbe stata un fuoricampo, ottenendo l’eliminazione dell’avversario.
Oltre ai personaggi folli, è esilarante il modo in cui le regole del baseball vengono quasi del tutto ignorate. Sebbene sia ancora popolare come anime di baseball atipico, è difficile incrociarlo in tv, nemmeno nei canali a pagamento. Il motivo? Contiene una sfilza di espressioni, rappresentazioni e dialoghi che oggi sarebbero considerate discriminatorie o inappropriate. Già il titolo, Apache, scelto per sottolineare la componente selvaggia del team, solleverebbe più di un dubbio. Tuttavia, è uno supokon che straripa di energia vitale, quasi fuoriuscendo dallo schermo a tubo catodico. Credo valga la pena dargli un’occhiata anche solo per ricevere sprazzi di quella potente vitalità.
Seconda perla: "Karate baka ichidai" (Karate, l'ossessione di una vita)
Questo anime è basato sulla figura leggendaria del maestro zainichi (nippo-coreano) Oyama "Mas" Masutatsu, il fondatore del karate Kyokushin. Sebbene il protagonista del manga originale fosse Oyama stesso, nell'anime è stato trasformato, per qualche motivo, in Asuka Ken, e anche la sua vita reale differiva dagli eventi narrati. Altri personaggi famosi apparivano sotto pseudonimi o venivano omessi.
Mi hanno spiegato che il manga originale era più vicino a una biografia che a uno supokon, mentre l'anime si è concentrato sulla crescita del protagonista, attraverso un intenso allenamento e la sconfitta di potenti rivali. Inoltre, essendo destinato a un pubblico di ragazzi, gli avversari da battere erano sempre raffigurati come i "cattivi", il che rafforzava l'elemento di giustizia contro il male e rendeva il protagonista un vero e proprio eroe. Le brevi sequenze filmate di karate Kyokushin inserite di tanto in tanto aumentavano il senso di realtà e riempivano di entusiasmo gli spettatori.
Oggi il karate è una disciplina olimpica, ma all'epoca era uno sport o, meglio, un'arte marziale minore. È probabile che il successo di "Karate Baka Ichidai" abbia notevolmente accresciuto la sua popolarità. In particolare, il karate Kyokushin, con i suoi colpi diretti, venne messo sotto i riflettori come il più forte, influenzando notevolmente la sua diffusione.
È curioso come, dopo aver visto uno supokon, si provi subito il desiderio di praticare quello sport. Non è raro sentire di atleti famosi che hanno iniziato ispirati da qualche anime. Nel caso di "Karate baka ichidai", tuttavia, era così comune che i ragazzi si infortunassero imitando le rotture di tegole o i calci volanti che, dopo la sigla finale del cartone, compariva sempre una scritta che recitava: "il karate è una disciplina pericolosa, si prega di fare attenzione." Questo era il potere degli anime supokon: farci sentire più forti, anche solo guardandoli.
Terza perla: "München e no michi" (La strada per Monaco di Baviera)
Innanzitutto, è bene precisare che quest'opera, pur essendo uno supokon, non è un puro anime. È un cosiddetto animetary, cioè una fusione tra animazione e documentario, un formato che in passato aveva già dato vita ad alcune opere divulgative sulla Guerra del Pacifico.
L’idea per quest’opera non nacque da un piano di animazione convenzionale. Tutto ebbe inizio quando Matsudaira Yasutaka, all’epoca allenatore della squadra nazionale maschile giapponese di pallavolo, propose personalmente una collaborazione alla TBS in vista delle Olimpiadi di Monaco di Baviera del 1972. La rete televisiva, pur accogliendo l'idea della collaborazione, nutriva un forte timore: gli uomini del volley avrebbero davvero vinto una medaglia olimpica? Per assicurarsi gli ascolti, accettarono la proposta solo a condizione che venisse abbinata all'animazione.
Presto, i timori del network si materializzarono. Nekoda Katsutoshi, il palleggiatore titolare della nazionale, soprannominato "il computer del Giappone" e "il miglior palleggiatore del mondo", subì una complessa frattura al braccio destro durante un allenamento. La sua partecipazione alle Olimpiadi sembrava impossibile. Le alzate millimetriche di Nekoda avevano rivoluzionato la pallavolo, introducendo le veloci e gli attacchi a tempo che oggi sono la norma. Lo stesso allenatore Matsudaira dichiarò in seguito: "Senza Nekoda, scordiamoci la medaglia."
Mentre alla TBS si strappavano i capelli per quella crisi inopportuna, la squadra nazionale si risollevò, confidando nel ritorno di Nekoda. Questa resilienza fu mostrata in tempo reale nell'anime "München e no Michi" che andò in onda in quel periodo. Gli spettatori givani e meno giovani si affezionarono a questi atleti devoti e l'attenzione per la pallavolo maschile crebbe, proprio come inizialmente Matsudaira aveva sperato. Dopo una lunga riabilitazione, a circa due mesi dall'inizio delle Olimpiadi, Nekoda si riaggregò in Nazionale. Fu un emozionatissimo Matsudaira a dare la notizia alla stampa.
L'animetary "München e no Michi" si concluse una settimana prima dell'inizio della competizione olimpica lasciando il pubblico giapponese in fibrillazione e col fiato sospeso. Il resto è storia: la squadra trionfò, conquistando una gloriosa medaglia d'oro. Quella luminosa impresa fu poi narrata anche in una puntata riassuntiva speciale prodotta per celebrare la vittoria. La pallavolo maschile galvanizzò l'intero Giappone, e "München e no Michi" ne fu la cronaca. Purtroppo, dopo Monaco, la nazionale maschile non salì mai più sul podio Olimpico.
Il declino del genere supokon
Dopo la messa in onda di "Karate Baka Ichidai" e "Samurai Giants" nel 1973, il genere supokon iniziò la sua parabola discendente. Fu un'immersione nel cambiamento sociale e nel flusso del tempo. Crebbero pregiudizi e critiche contro la mentalità della "grinta e fatica" (doryoku konjo). Le teorie scientifiche cominciarono a farsi strada nello sport, e i metodi di allenamento iniziarono a mostrare segni di cambiamento. Nella seconda metà degli anni '70, opere come "Captain" conservavano ancora una matrice prettamente supokon, ma i personaggi divennero più realistici, le scene esagerate svanirono e i contenuti si fecero più fedeli alla realtà.
Negli anni '80, il binomio "grinta e fatica" iniziò a essere visto come fuori moda e fu camuffato con elementi di gag e commedie romantiche. Soprattutto, il valore dato allo sport passò dalla sofferenza al divertimento. Il capolavoro che simboleggia questo cambiamento è forse "Captain Tsubasa" (Holly e Benji). Il protagonista vince sullo spirito di fatica e grinta dei rivali grazie alla sua gioia di giocare a calcio, cioè un totale cambio di prospettiva.
È vero, il supokon come lo conoscevano negli anni ’70 è considerato dai più un genere morto. Ma ciò è accaduto limitatamente al mondo fittizio dell'animazione. L'essenza dello sport, in fondo, non è cambiata. Gli atleti di vertice saranno pure diventati più razionali, ma non è lecito pensare che stiano ancora compiendo sforzi e allenamenti che procurano sofferenza e dolore? È dura elevarsi dalla massa senza grinta e fatica.






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