Nomo Hideo, la storia del samurai che unì Giappone e Major League (6)
All’epoca il salto MLB era considerato impossibile, e Nomo fu bollato come traditore. Tuttavia, molti videro in lui un pioniere coraggioso, capace di aprire la strada al Giappone e superare le diffidenze con i fatti.
Kiyohara fu fra i tanti ad ammirare quel coraggio. Nomo stesso ammette: «Non è che volessi a tutti i costi andare in America, semplicemente non volevo restare sotto quel coach. Ma soluzioni non ce n’erano: non mi avrebbero mai venduto a nessun’altra squadra giapponese, tenendomi a marcire tra le riserve». Così, inevitabilmente, Nomo diventò simbolo e pioniere, caricato di speranze e responsabilità.
Nel 1995, a gennaio (con la nuova stagione alle porte), l’anno virò in una spirale funesta. Innanzitutto, vi fu la tragedia del terribile terremoto del Kansai, noto come Hanshin-Awaji. Trascorsero i giorni, e il 13 febbraio, oltre oceano, accompagnato dalle critiche dei media nipponici, Nomo firmò il tanto agognato contratto con i Los Angeles Dodgers, sebbene inizialmente per giocare in una squadra di Minor League.
Gli americani hanno due tipi di contratto: uno per la Major League e l’altro per la Minor League. La rosa totale è di 40 giocatori, ma quelli con contratto Major League sono solo i 25 titolari effettivi. Gli altri 15 rimangono in attesa, costretti a giocare nelle leghe Minor (AAA o AA), dove devono sgomitare per guadagnarsi la promozione. Nomi da ogni angolo del mondo si contendono questi quindici posti, e puntarci significa dimostrare un talento irresistibile. Le differenze non sono solo di livello agonistico, ma anche di salario, condizioni, viaggio e ristorazione: «Se nelle Minor ti fanno mangiare un hamburger per strada, sei fortunato», raccontò Nomo. Viaggiare in autobus per 5-6 ore di fila, con pochi scali e spazio minimo, era la norma, e i giocatori più giovani dividevano spesso le stanze d’albergo per risparmiare.
Lontanissimo dagli standard giapponesi, Nomo passò da uno stipendio di 140 milioni di yen a soli 9,8 milioni. Scelse la maglia numero 16 in onore dell’amico Ishibashi, personaggio televisivo, che aveva indossato quel numero nel film “Major League 2”, seguito del più famoso e spassosissimo movie del 1989 con Charlie Sheen nel ruolo di lanciatore occhialuto dei Cleveland Indians. «Non ho altra scelta, devo farcela. Se fallisco, sigillo un destino pessimo per tutti i giapponesi che vogliono tentare l’avventura nella Major League americana». Parole degne di un vero pioniere.
Intanto, a fine marzo, un’altra tragedia nazionale colpì il Giappone: l'attentato alla metropolitana di Tokyo perpetrato dalla setta religiosa Aum Shinrikyo, con l'impiego del gas nervino, che provocò 13 morti e paralizzò la metropoli per settimane. Il fatidico circoletto sul calendario di Nomo era fissato per maggio. Nomo fece il suo vero debutto professionistico negli Stati Uniti con i Bakersfield Blaze il 27 aprile 1995, contro i pittoreschi Rancho Cucamonga Quakes. Lanciando principalmente fastball, Nomo disputò 5 inning subendo una sconfitta per 2-1 contro i Quakes. Il 2 maggio, dopo un mese trascorso nelle serie minori a causa di uno sciopero dei giocatori, divenne ufficialmente il primo giocatore giapponese a giocare nella Major League dal 1965 (dopo Murakami). Fu anche il primo a trasferirsi definitivamente, dato che Murakami giocò solo due stagioni coi San Francisco Giants per poi tornare in Giappone per il resto della carriera.
La pressione su Nomo era enorme. Media e tifosi giapponesi accorrevano in gran numero alle partite, che venivano regolarmente trasmesse in diretta in Giappone, nonostante gli orari scomodi per la maggior parte della popolazione. Torniamo per un attimo al primo maggio, alla vigilia del debutto nella Major League Baseball. L'intero parterre dei media giapponesi si riversò al Candlestick Park. Telecamere e microfoni invasero gli spogliatoi stretti, al punto che, per non disturbare i compagni, Nomo si tolse di proposito i pantaloni! «Così almeno quei bacchettoni la smettono e non mi riprendono». La scena provocò l’ira del coach Tommy Lasorda, che sbotta dalla sua stanza: «Se volete commenti, parlo io per ore! Lasciate perdere Nomo!» I giornalisti giapponesi si ritirarono abbacchiati.
Lasorda, 68 anni, era il coach più anziano della MLB, alla guida dei Dodgers da 19 stagioni. Da atleta non era mai riuscito a ottenere una vittoria come lanciatore, ma aveva accumulato più di 1500 vittorie come manager. Figlio di immigrati italiani, appassionato di pasta, trattava la squadra come una famiglia, chiamando ogni giocatore “My son”. Tra i 40 giocatori della rosa, più di un terzo era straniero, proveniente da sei nazioni differenti: un vero melting pot unico nella MLB. «Per me non conta la razza o la nazionalità, ma solo il talento. Voglio che i giovani capaci aiutino la squadra a vincere. Nomo è arrivato da lontano, senza sapere una parola d’inglese, e vorrei che qui si sentisse a casa, come in famiglia. Mio padre ha sofferto quando arrivò qui senza conoscere la lingua: voglio che lui non si senta così» puntualizzò il saggio Lasorda.
Quel 2 maggio 1995, in una stagione accorciata da 162 a 144 partite a causa dello sciopero, Nomo debuttò contro i San Francisco Giants nel derby della California. I Giants schieravano un lineup temibilissimo con star come Barry Bonds e Matt Williams, autentici specialisti dei fuoricampo. Gli addetti ai lavori negli Stati Uniti guardavano con scetticismo quel pitcher arrivato dal Sol Levante. I fan giapponesi incrociarono le dita, sperando che il loro eroe non venisse massacrato. La prima palla di Nomo fu, manco a dirlo, una veloce interna. Il primo battitore uscì per strikeout, il secondo si accontentò di una volata interna. Il terribile Bonds guadagnò una base su ball, e Williams lo spinse in seconda, ottenendo anch’egli una base su ball al termine di un lungo scambio. Ma poi Nomo ingranò e ottenne un’eliminazione fondamentale nel momento di massimo pericolo. Dopo 5 riprese e 91 lanci (con 7 strikeout e una sola valida concessa, senza nessun punto subito), Nomo lasciò il monticello. La sua sfida l’aveva già vinta: a dispetto delle diffidenze, aveva appena fermato uno dei roster più forti della National League. La gara si decise solo al 15° inning, quando i Dodgers segnarono 3 punti ma i Giants risposero con 4 e vinsero.
(6- continua)


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