Quando gli anime presero il volo (e poi inciamparono)
Devo essere sincero: fino a poco tempo fa, sapevo ben poco di cosa fosse davvero successo nel mondo dell’animazione giapponese negli anni ’60. Conoscevo i nomi più famosi, qualche titolo storico come Tetsuwan Atomu (Astro Boy), alcune notiziole incrociate sui quotidiani, ma non avevo mai approfondito quel periodo turbolento e affascinante in cui tutto cominciò.
Così ho deciso di documentarmi, di scavare un po’. Non serve una laurea in cultura otaku per orientarsi un minimo. Ho scartabellato riviste, incrociato fonti e cercato di mettere insieme qualche pezzo. E cosa ho scoperto? Un mondo pieno di drammi, colpi di scena, animatori insonni che dormono meno di un barista in turno di notte, sponsor capricciosi e un certo Tezuka Osamu (il sole attorno al quale ruotavano gli altri pianeti) che lavorava come se fosse posseduto da uno spirito creativo iperattivo. Altro che “cartoni animati per bambini”.
Questo post è un tentativo di mettere ordine nel mio caos mentale, una sintesi semiseria (non uno storico dell’animazione, sia chiaro) di ciò che ho capito di quel decennio. Così, giusto per capire cosa successe quando i giapponesi passarono dai disegni in bianco e nero ai mecha giganti e ai cosplay nei centri commerciali.
La maggior parte delle informazioni le ho trovate nel libro intitolato "Nihon anime zenshi - Sekai wo seishita Nihon anime no kiseki" (Storia completa dell'animazione giapponese: il miracolo dell'animazione giapponese che ha conquistato il mondo, 2004) di Yamaguchi Yasuo, che lavorò come regista e produttore alla Toei.
Negli anni ’60, il Giappone non stava solo costruendo macchine, grattacieli e treni veloci: stava anche inventando un nuovo modo di raccontare storie. L’animazione televisiva, partita in sordina, esplose in pochi anni e passò da zero a cento in un batter d’occhio. Da cinque serie nel 1963, ho letto che si passò a oltre dieci nuove produzioni ogni anno. Era l’inizio dell’anime boom, un’epoca di creatività sfrenata, ma anche di crisi e contraddizioni.
Con il successo di “Tetsuwan Atomu” e l’entusiasmo che circondò le Olimpiadi di Tokyo del 1964, le case di produzione si lanciarono in una corsa sfrenata all’animazione. Ma dietro le quinte, il ritmo divenne insostenibile. Innanzitutto, il personale scarseggiava, la formazione era improvvisata, e persino la celebre Mushi Production di Tezuka faticava a tenere il passo. Avevano aperto dei centri di formazione per disegnatori, ma il tempo stringeva e i risultati tardavano. In questo clima nacquero i fukuro, i “gufi”, dipendenti che lavoravano di giorno per il proprio studio e di notte per la concorrenza. Il sistema tradizionale di impiego vacillava, e la morale professionale iniziò a scricchiolare.
Nonostante questo, Mushi Production rappresentò una fucina di talenti. Da lì passarono futuri giganti come Miyazaki, Takahata, Rintaro, Kawajiri e Tomino. Era un ambiente pionieristico, ma anche stressante e caotico, un luogo dove si faceva inconsapevolmente la storia, ma tra mille difficoltà. Perché, fare anime era un gioco rischioso. Se una serie funzionava, si festeggiava. Ma se veniva cancellata, le perdite erano enormi. I costi di preparazione erano alti, e gli sponsor potevano ritirarsi anche con buoni ascolti, se i giocattoli non vendevano. Il modello commerciale era fragile, e spesso si accettavano lavori in perdita pur di restare a galla. Il vero padrone, ieri come oggi? Ovvio, lo sponsor danaroso.
Ho letto che nel 1966 Mushi Production contava oltre 400 dipendenti e mantenere una simile macchina da guerra era complicato. Il più celebre di tutti, Tezuka, voleva finanziare progetti artistici con i guadagni commerciali, ma le perdite crescevano. Molti talenti lasciarono lo studio, mentre nuovi concorrenti si facevano largo.
Ed ecco “Obake no Q-Taro” del 1965, che superò Atomu negli ascolti, e “Osomatsu-kun” del 1966, serie che conquistarono il pubblico con gag e umorismo quotidiano (mi hanno raccontato della posa “sheeh” del personaggio Iyami che all'epoca veniva scimmiottata da tutti i bimbi e faceva sbuffare i genitori), segnando un cambio generazionale. Le riviste mensili per ragazzini chiudevano una dopo l’altra e quelle settimanali per lettori più adulti prendevano il loro posto. L’animazione stava cambiando pelle.
Nel 1966 giunse un’altra rivoluzione: arrivarono “Ultra Q” e “Ultraman”! Non erano anime, ma tokusatsu, cioè serie live-action con effetti speciali che fecero impazzire il pubblico. Erano più economici, più dinamici, e vendevano più giocattoli. Con le sue esclamazioni tipo "shuwacchi!" o “shuwattsu!” e un picco di ascolti del 40% -un record che gli anime non potevano nemmeno sognarsi di avvicinare- Ultraman dimostrò che i tokusatsu potevano battere l’animazione sul suo stesso campo. Era già crisi. Le case di produzione dovettero rivedere tutto: costi, modelli, strategie.
Nel 1968, Il numero di dipendenti di Mushi Production iniziò a calare e il suo carisma sembrò affievolirsi. Così, Tezuka decise di voltare pagina: fondò Tezuka Productions e lasciò Mushi. L’idea era semplice: tornare alle origini concentrandosi sui suoi amati manga, ma la sua nuova casa iniziò subito a produrre anime tratti dalle sue opere. Tezuka era un artista puro, non un produttore nel senso classico. Se qualcosa non lo convinceva, ordinava retake su retake, anche a costo di mandare all’aria l’intera tabella di marcia. E ho letto che non si faceva problemi a coprire le perdite con le sue royalty di mangaka. Un perfezionista? Decisamente. Un po’ folle? Forse.
Il suo approccio all’animazione era figlio del mondo del fumetto, dove l’autore è sovrano. Mentre i registi cresciuti nell’ambiente animato pianificavano tutto per evitare correzioni, Tezuka seguiva l’ispirazione. Si racconta che, colto da un’idea improvvisa, si intrufolasse nello studio di notte per modificare personalmente le scene. Perciò, lavorava anche di notte, modificava personalmente le scene del giorno prima, dormiva pochissimo.
La sua forza motrice era una passione assoluta, quasi mistica, quello che qui chiamano jonen. Una fiamma che bruciava ogni ostacolo, ma che a volte diventava ingombrante. Tezuka non amava le riunioni, i compromessi, le votazioni. Voleva che la sua visione fosse realizzata, punto. E questo metteva a dura prova chi gli stava intorno. Non tutti potevano reggere il suo ritmo. Il gruppo iniziale si sgretolò, e il divario tra il maestro e il team si fece sempre più profondo.
Eppure, nonostante tutto, Tezuka ci ha lasciato un’eredità gigantesca. Ha adattato il modello produttivo dei film animati alla televisione, creando un sistema a episodi che rivoluzionò il settore. Senza “Tetsuwan Atomu”, forse l’animazione giapponese non avrebbe mai spiccato il volo.
Il boom degli anime fu dunque una corsa folle tra sogni, sacrifici e rivoluzioni. Durante quel decennio i sognatori come Tezuka, con la loro visione e il loro carisma, cambiarono per sempre il modo di raccontare storie. Il prezzo fu alto: crisi, burnout, e una lotta continua tra passione e sostenibilità. Nella seconda metà degli anni ’60, il suo regno vacillò, ma il genio Tezuka non si dette per vinto.
Arrivarono gli anni ’70, e la storia si arricchì di altri personaggi. Infatti, Tezuka tornerà ad affermarsi anche nel decennio successivo con capolavori come “Black Jack” e “Mitsume ga tooru”. Ma . Era la fine di un’epoca, ma anche l’inizio di una nuova. Gli anime stavano cambiando pelle, e il Giappone con essi.
Oggi, chiunque guardi un anime - in Giappone e nel mondo - dovrebbe ricordare quei pionieri che hanno dato tanto per costruire questo universo. Conoscendo la loro storia, si potrebbe percepire una magia in più anche nell'episodio più semplice e scalcinato.






Tempo fa parlando con amici ho ricordato che nel 2016 nella cerimonia di chiusura delle Olimpiadi di Rio, durante il video di qualche minuto in cui Tokyo si presentava e dava l'arrivederci per le Olimpiadi del 2020, tra i testimonial erano stati scelti SuperMario, Tsubasa e Tetsuwan Atom. Benché affezionati anche agli altri personaggi, tutti concordavamo che quello più iconico era Atom. Grande Tezuka, che tra l'altro assomigliava al mio insegnante di Italiano delle medie.
RispondiEliminaCiao
Giù
Ah, questa me l'ero proprio persa! Purtroppo per l'orario non riuscii a vedere la cerimonia di chiusura di Rio. Vabbè, a Tokyo non è andata benissimo a causa del Covid... pazienza.
EliminaRiguardo a Tezuka, mi hai fatto ricordare un aneddoto di una ventina d'anni fa. Ero in macchina in centro città con dei conoscenti e a un certo punto vedo un signore di mezza età fermo al semaforo, che aspettava il verde per attraversare. Indossava gli occhiali, un cappotto grigio e quel famoso baschetto nero. Istintivamente, mi scappò: 'Guardate! Tezuka sensei!' Inutile dirti che si misero tutti a ridere per cinque minuti buoni, e io un po' ci rimasi male per la sparata...