Nomo Hideo, la storia del samurai che unì Giappone e Major League (7)

Il curriculum di Nomo in Major League iniziò a infittirsi di statistiche più che positive. Il 14 maggio, contro Pittsburgh, totalizzò ben 16 strikeout. Il 24 maggio, contro i Giants, realizzò la prima partita completa senza subire valide di un giapponese in MLB.



Il 29 maggio, in sole 4 partite, raggiunse 50 strikeout e divenne il primo asiatico a vincere il premio di “Giocatore del Mese”. Il 2 giugno, un mese dopo il debutto, arrivò la prima agognata vittoria in Major contro i New York Mets. Nomo quasi chiuse la partita da solo, ma al nono inning concesse una base su ball al primo battitore, e coach Lasorda lo sostituì. Seduto in panchina, Nomo ricevette l’incoraggiamento dei compagni: «Non preoccuparti Hide, te la portiamo noi a casa.» Il punto decisivo arrivò su una splendida giocata difensiva del seconda base. Lasorda corse ad abbracciare Nomo per festeggiarlo.

Il 24 giugno, contro i Giants, Nomo si trovò in grande difficoltà con basi piene (e due eliminati) già al primo inning. Il ricevitore Mike Piazza corse in suo aiuto: «Lancia la tua forkball, io la bloccherò col corpo». In condizioni normali, con un corridore in terza, lanciare una forkball è altamente sconsigliato a causa del rischio di wild pitch – un lancio talmente fuori norma da non poter essere controllato dal ricevitore con uno sforzo ordinario, e che spesso concede punti agli avversari. «Era pericoloso, ma il battitore sembrava così deciso a girare che abbiamo deciso di rischiare». Piazza catturò il primo lancio dopo un rimbalzo e poi anche il secondo dopo una rischiosissima battuta finita in foul, vincendo l’ultimo duello grazie a un terzo strike. Grazie a quel sostegno Nomo conseguì la quinta vittoria e il primo shutout stagionale.

Essendo vietata la presenza dell’interprete in campo, il coach dei lanciatori Wallace si attrezzò con dei buffi cartoncini scritti a mano, riportando frasi in un giapponese strampalato, che assomigliava al linguaggio dei pellirossa: Yokku-Dekki-Masheetah (yoku dekimashita) per complimentarsi con un «ben fatto»; Shucchyuu (shuchu) per chiedergli «concentrazione»; Soo-Car-Eh-Masheetaka? (tsukaremashita ka) per sincerarsi se fosse «stanco?»; Gan-Baah-Teh-Kudasai (ganbatte kudasai) per spronarlo a «mettercela tutta». Nomo gli rispondeva puntualmente con la solita frase in inglese, «No problem». Il coach Wallace usava spesso l’avverbio Hee-Koo-Koo (hikuku), pronunciato in modo teatrale e rilassato, per dirgli di «lanciarla bassa».

Fatto sta che Nomo dominò la National League con una combinazione molto semplice: fastball e forkball. La sua veloce, grazie a un fortissimo backspin che faceva lievitare la palla fino a dieci centimetri più in alto rispetto a una palla senza rotazione, divenne difficilissima da colpire. La forkball, oltre a una grande caduta, accelerava nel punto finale, confondendo il battitore. Normalmente il battitore leggeva il lancio dal movimento del polso, ma Nomo manteneva sempre uguale la parte del polso visibile, dando pochissimi riferimenti. Grazie a questa forma unica realizzò un trionfo di strikeout e divenne immensamente popolare. Fu il primo giapponese selezionato all’All-Star Game, dove lanciò due inning senza subire valide né punti.

Ad agosto, i Dodgers affrontarono 27 partite consecutive senza pause, spostandosi per oltre 10.000 km in tutto il continente americano. La rotazione dei lanciatori era composta da 5 elementi: Nomo, che in Giappone lanciava con 5 giorni di riposo, si trovò a sostenere turni ogni 4 giorni. Poco prima della partita con i Chicago Cubs, avvertì un dolore al gomito destro ma si presentò lo stesso per non alterare la rotazione. Iniziò a lavorare da solo prima degli allenamenti poiché il dolore e la fatica cominciavano a farsi sentire. Durante una partita con i New York Mets, si ruppe un’unghia del dito medio destro e dovette uscire anzitempo. Fu la prima volta che si prese una pausa lunga. La squadra era provata, ma Lasorda ripeteva «Never give up» senza mai demordere.



Il 12 settembre, quasi senza vittorie da un mese, Nomo tornò a brillare contro i Cubs, lanciando fastball incredibili e forkball devastanti, aggiudicandosi l’undicesima vittoria. Mike Piazza commentò: «Quando Nomo lancia, sappiamo in anticipo che probabilmente vinceremo. Questo aspetto gli mette un sacco di pressione addosso, ma lui riesce a cavarsela lo stesso. È il vero asso del team!» Nell’ultima partenza stagionale Nomo ottenne la sua tredicesima vittoria, con 11 strikeout e solo 2 punti subiti in 8 inning, portando i Dodgers al primo titolo di divisione in sette anni. Dopo la partita, i compagni cantarono «Nomo! Nomo!» nello spogliatoio, mentre lui, poco abituato agli elogi, sorridendo, abbassò la testa. Eric Karros, leader della squadra, disse: «Hideo ci fa venire voglia di vincere. È il lanciatore più coraggioso e determinato che abbia visto sul monte. Parla poco, ma con le sue azioni ci guida. Per questo amiamo giocare quando lancia lui. Si batte sempre per la vittoria della squadra.»

Derrick Hall, all’epoca addetto stampa dei Dodgers e oggi CEO dei Diamondbacks, raccontò: «Nomo e io siamo coetanei e lui è un mio modello. Ai tempi dei Dodgers era a suo modo silenzioso, ma consapevole della responsabilità che portava. Ha aperto la strada ai giapponesi nel mondo, e senza i suoi risultati nessun altro sarebbe stato così ben accetto. Ho imparato molto da lui, soprattutto l’umiltà: chiunque tu sia, devi restare umile. È sempre stato così, sin da quel lontano primo debutto a Vero Beach.» 

Tommy Lasorda commentò: «Semplicemente, il nostro baseball aveva bisogno di uno come lui». I Dodgers avanzarono alle Division Series, ma la squadra perse la serie in tre gare. Il primo anno di Nomo terminò dunque con 13 vittorie, 6 sconfitte, 3 shutout (miglior risultato in lega) e 236 strikeout, che gli consentirono di vincere il titolo degli strikeout (primo asiatico a ottenerlo), oltre al premio di Rookie dell’Anno (consegnato annualmente al miglior esordiente di ciascuna delle due leghe), e addirittura arrivò quarto nelle votazioni per il prestigiosissimo Cy Young Award. 

E a questo punto, siamo a fine 1995, la storia che ho ricavato dalle riviste e dai giornali dell’epoca si interrompe.

(7- continua)

Commenti