Ripercorrendo la storia delle gyaru (1)

Negli ultimi anni, con il revival delle culture degli anni Novanta e Duemila ormai ben radicato, anche il concetto di gyaru è tornato prepotentemente alla ribalta, soprattutto sui social giapponesi. Vivendo qui da parecchi anni, osservo questo ritorno con una certa familiarità: di certo non è la prima volta che vedo il concetto di gyaru scomparire e riemergere sotto nuove forme.


Chi è, anzi, cos’è una gyaru?

Ma cos’è davvero una gyaru? Un’icona di stile, un archetipo ribelle o semplicemente uno spirito indomito? Questa serie di post riflette le mie opinioni personali, maturate osservando il fenomeno dalla fine degli anni Ottanta a oggi, spesso in prima persona (ma mi appoggerò anche ai contenuti giapponesi per ciò che non ho visto coi miei occhi), con l’obiettivo di tracciare una mappa il più possibile completa della sua affascinante evoluzione.

Prima di tutto c’è necessità di chiarire cosa s’intenda oggi, in Giappone, quando si parla di gyaru. Nell’immaginario collettivo il termine richiama ancora un modello ben preciso: quello delle ragazze che, dall’inizio degli anni Novanta fino alla metà degli anni Duemila, dominavano la scena con un trucco vistoso e appariscente e uno stile di abbigliamento audace, provocatorio, volutamente d’impatto. Molti giapponesi hanno in testa un’immagine ben delineata della gyaru: capelli dai colori accesi, pelle abbronzata nei solarium, unghie lunghe e decorate, trucco marcato, spesso studiato per rendere lo sguardo il più grande possibile, e outfit composti da gonne corte abbinate a scarpe con la zeppa, oppure minigonne e uniformi scolastiche indossate in modo piuttosto trasandato. È questa l’immagine che ancora oggi viene evocata per prima.


Sul piano mentale, invece, la gyaru viene vista come una ragazza che non si cura del giudizio degli adulti, che porta avanti con ostinazione il proprio modo di vestire e di vivere, che è espansiva, allegra, poco timida con gli estranei e che possiede una sorta di cultura propria, incluso il famoso linguaggio gyaru. Se però si guarda alla storia con un minimo di rigore, ci si accorge che moda e trucco sono cambiati radicalmente a seconda dei decenni. La pelle è passata dall’essere scura a chiarissima, il trucco si è fatto più sobrio, i generi si sono frammentati sempre di più.

La cultura gyaru ha seguito un percorso preciso: nascita, crescita, apice, declino e rinascita. Infatti, oggi, in era Reiwa, il concetto di gyaru tornato in auge attraverso il revival tende a indicare proprio quell’insieme di caratteristiche classiche che ho appena descritto. Da qui in avanti proverò a seguire il filo del tempo per raccontare come questa figura sia sbocciata, come abbia vissuto il suo momento di massimo splendore, come sia entrata in crisi e come stia venendo reinterpretata nella contemporaneità.

Sottoculture degli anni Ottanta: yankii e sukeban

Parto dal decennio degli Ottanta, ma in realtà, il termine gyaru (pronunciato “ghiaru”) circolava in Giappone già da parecchi anni prima. Molti sapranno che deriva dall’inglese girl, storpiato nello slang gal, termine che poi venne adottato e riutilizzato anche in Giappone. All’inizio, il termine generico gyaru si era limitato a indicare in maniera dispregiativa certe giovani donne e fu proprio negli anni Ottanta iniziò a delinearsi con chiarezza un flusso che sboccherà nella parola gyaru così come la intendono oggi.

Un piccolo passo indietro. Nel 1979 uscì il brano di successo intitolato “OH! Gal”, di Sawada Kenji. Rileggendola oggi, quella canzone sembra quasi una profezia: contiene espressioni sorprendentemente vicine alla mentalità gyaru moderna, come l’idea che ogni donna sia da considerare una star o che non sia giusto vivere seguendo ritmo e regole imposti dagli uomini. “OH! Gal” è l’esaltazione di una donna forte, indipendente, ma al tempo stesso carina. Probabilmente proprio questa figura iniziò a fare breccia nell’immaginario collettivo.



Parto dal fenomeno meno scintillante di yankii e dei loro “cugini” bosozoku. Il termine yankii, la cui origine è chiaramente l’anglofono yankee, gli amati-odiati americani, prese piede dalla fine degli anni Settanta riferendosi a quella gioventù che rifiutava l'omologazione sociale. Fu proprio negli anni Ottanta che la figura dello yankii iniziò a filtrare nella vita quotidiana, rafforzando l’immaginario di quella ribellione.

Questi elementi, spesso provenienti dalla classe operaia, riconoscibili per la capigliatura bizzarra e l'abbigliamento di taglie larghe, esibivano un'estetica che si poneva in netto contrasto con il glamour degli ambienti borghesi urbani. La parola yankii venne dunque usata per descrivere quei giovani delinquenti perché all'epoca era di moda tra loro tingersi i capelli di biondo o di colori simili, il che li faceva assomigliare agli occidentali. Gran parte di questa sottocultura era strettamente legata anche alle bande di motociclisti chiamate bosozoku, giovinastri noti per sfrecciare in gruppi di notte con le loro motociclette stravaganti pesantemente modificate (kaizosha), creando un rumore assordante in una chiara sfida alle autorità. Ricordo che anche qui a Fukuoka, durante qualche notte, si poteva sentire il rumore disturbante dei loro cortei notturni.



Mentre le prime idol incarnavano da sempre la spensieratezza e la luccicante superficialità della montante bolla economica, covava in Giappone una sottocultura giovanile molto più grezza e apertamente ribelle, associata alla delinquenza non necessariamente maschile: le sukeban (boss femmina), attive soprattutto negli anni Settanta fino al mio arrivo in Giappone. Sukeban non indicava una singola ragazza, ma la leader o l'intera banda femminile stessa, nate come risposta esplosiva al rifiuto di accettazione da parte delle bande maschili. Tutto iniziava spesso con una sigaretta malandrina: inizialmente, erano solo piccoli gruppetti che sfidavano le regole fumando nei bagni della scuola, ma rapidamente crebbero di numero e di livello di criminalità, sgomitando con audacia per crearsi un proprio spazio.

Le sukeban non si nascondevano, urlavano la loro ribellione tramite il capo d'abbigliamento: i loro segni distintivi includevano capelli tinti, biondi o castano chiaro, chiari affronti al color nero d’ordinanza, capelli lunghi oltre la misura consentita o arricciati da una permanente che li rendeva innaturalmente vaporosi. Modificavano l'uniforme indossando calzini colorati e arrotolando le maniche, ma soprattutto allungando la gonna, un gesto di rifiuto alla popolarità della mini degli anni '60, decorandola talvolta con simboli, ideogrammi e slogan della gang. Per contrasto con la gonna lunga, spesso accorciavano le camicie mostrando l'ombelico, un audace tocco di sensualità; il make-up era quasi assente e le sopracciglia sottili.

Oltre a queste caratteristiche, le sukeban erano solite indossare mascherine e sfoderavano un temibile equipaggiamento: armi come lamette, spade di bambù e catene che sparivano strategicamente sotto le gonne lunghe. Essere una sukeban non era affatto un gioco: le affiliate seguivano regole e codici di condotta rigidissimi all'interno delle loro bande, ognuna con la sua gerarchia e i propri metodi di punizione. I pestaggi e le bruciature di sigaretta erano considerati sanzioni severe per aver rubato il fidanzato altrui o, peggio ancora, per aver mancato di rispetto a una senpai. Le loro attività criminali spaziavano dall'uso di stimolanti, che spesso includevano l'inalazione di diluente per vernici o colla, ai taccheggi, furti e prepotenze spicciole.



La loro subcultura era troppo potente per restare confinata ai vicoli e, all'inizio degli anni Settanta, le sukeban fecero il loro ingresso trionfale nell'immaginario giapponese grazie a una serie rivoluzionaria di pellicole exploitation che mostrarono per la prima volta ragazze liceali ribelli. La sukeban incarnava l'anti-eroina perfetta. L'idea di donne che si comportano male ha sempre affascinato il pubblico giapponese perché rappresenta una sfida aperta al comportamento universale imposto alle donne e stimola emozioni sconosciute nella società: per le donne della classe media le sukeban erano un gradito sollievo rispetto alle idol insulse e infantili, mentre per le ragazze che ne subivano il bullismo, le sukeban erano fonte di paura e disgusto, viste alla stregua degli yakuza. Eppure, proprio come gli yakuza, erano ammirate per il loro codice etico ferreo e per il valore sacro che attribuivano alla lealtà alla banda.

A prima vista sukeban e gyaru sembrerebbero mondi lontani, ma osservando le gyaru degli anni Novanta nel loro contesto sociale, le affinità diventano evidenti. Entrambi vivevano in una società fortemente gerarchica e, attraverso moda e trucco eccessivi, si ribellavano apertamente alle norme, scandalizzando gli adulti. Anche le ragazze giapponesi sanno organizzarsi in gruppi chiusi, con dinamiche interne che ricordano molto da vicino quelle delle bande di teppisti. In questo senso, si può dire che lo spirito ribelle sukeban venne in qualche modo assorbito e continuò a vivere nella mentalità delle gyaru al loro apice.

Harajuku, takenoko zoku e rooraa zoku

Dalla fine degli anni Sessanta, a Shibuya iniziò un boom edilizio di centri commerciali dedicati alla moda, contribuendo a definire sempre di più il quartiere come luogo di raduno giovanile. Fino al 1970, Shinjuku era considerata il quartiere dei giovani e il luogo di origine delle tendenze della cultura giovanile. ​Tuttavia, con l'apertura del Parco Shibuya nei primi anni Settanta, la storia della cultura giovanile giapponese cambiò radicalmente. ​Il flusso si spostò da Shinjuku a Shibuya, o meglio, all'intero distretto, che comprendeva anche le aree di Harajuku, Omotesando, Daikanyama e Urahara. Ma prima di introdurre Shibuya, il quartiere che diverrà il cuore pulsante delle gyaru, è doveroso citare Harajuku, un’area elettrizzante per la moda, le sue tendenze sofisticate e le sue anti-mode estreme che non trovarono spazio altrove.



La storia di Harajuku, riflette la storia di una metropoli che cambia identità con la velocità di un cambio d'abito. A differenza dei distretti della moda tradizionali, Harajuku si è sempre liberata in un lampo di ciò che aveva appena indossato, proiettandosi nel domani. Tutto ebbe inizio negli anni Sessanta, durante il miracolo economico post-bellico, quando germogliò l'ammirazione per lo stile di vita occidentale. La consacrazione arrivò negli anni Settanta, quando Harajuku e Shibuya rimpiazzarono Shinjuku come centro della moda giapponese, grazie al passaparola giovanile che le nominò aree all'avanguardia e all’influenza di riviste femminili come AnAn e Non-no che, invece di concentrarsi sul gossip, fornirono alle loro lettrici materiale che le aiutò a cambiare atteggiamento e a rafforzare identità nuove e sovversive.



Un altro evento cruciale nel 1977 fu l'apertura domenicale di un’ampia zona pedonale (chiamata hokoten) vicino al Parco Yoyogi, che diede il via a una vera esplosione di movimenti. le strade pedonali di Harajuku si trasformarono nel palcoscenico di un fenomeno culturale straordinario: i takenoko zoku, la tribù dei germogli di bambù. Questi giovani danzatori si ritrovavano all'aperto, circondando i loro lettori stereo di cassette portatili come fossero falò tribali, muovendosi al ritmo della musica pop e disco con una sincronizzazione ipnotica. I loro costumi sgargianti e le coreografie elaborate attirarono presto folle immense, ma quella che sembrava una celebrazione spontanea della gioventù nasceva in realtà da una necessità. Le discoteche di Shinjuku li avevano cacciati senza mezzi termini: i loro grandi cerchi coreografici occupavano l'intero pavimento da ballo, rendendo impossibile a chiunque altro muoversi. Espulsi dai locali chiusi, i takekono zoku non si arresero e conquistarono le strade, diventando i pionieri inconsapevoli di quella tendenza che avrebbe visto generazioni di giovani esibirsi sui marciapiedi e nelle piazze della città.

I takenoko zoku, che al culmine della popolarità contavano centinaia di ballerini e attiravano migliaia di spettatori domenicali, si muovevano in gruppi con atteggiamenti ribelli che in certi casi scimmiottavano le gang giovanili yankii e tsuppari. Di yankii parlerò dopo, mentre tsuppari era un termine comunemente usato negli anni Ottanta per riferirsi ai giovani che sapevano tenere testa agli adulti e alle regole imposte dalla società. Erano perlopiù scapestrati che si dedicavano ad attività come fumare, taccheggiare o alterare le loro uniformi scolastiche, violando puntualmente le regole scolastiche e spesso anche la legge. Poiché sfidare le norme sociali era motivo di vanto, l'etichetta tsuppari (la parola deriva dal verbo tsupparu, che significa a seconda del contesto “tendere, irrigidirsi”, “fare resistenza”, oppure “ostinarsi, opporsi”) era usata con orgoglio dagli stessi giovani per autodefinirsi.



Tornando alle tribù dei takenoko il loro costume, come una coraggiosa uniforme anti-sistema, era però rigorosamente riservato all'esibizione: ogni domenica e nei giorni festivi, quando l'Harajuku hokoten apriva ai pedoni, studenti dalle medie all'università si riversavano nelle strade. Quei giovani viaggiavano verso e da Harajuku in abiti normali e si cambiavano nei bagni pubblici vicini per poi danzare, sfogando le pressioni della vita quotidiana davanti a un pubblico attento. Non erano poche decine, ma centinaia di migliaia di persone che ballavano senza sosta fino all'ora di chiusura, trasformando l'intera zona pedonale in un fiume umano impraticabile.

Ogni gruppo portava la propria identità visiva: abiti progettati e cuciti appositamente, un tripudio di colori primari e tessuti dai motivi audaci che evocavano l'esotismo favoloso de "Le mille e una notte". Le silhouette erano studiate per catturare lo sguardo, mentre il trucco raggiungeva livelli di vivacità studiati per attirare il massimo dell'attenzione in mezzo alla folla. Anche le coreografie cambiavano radicalmente da una squadra all'altra, creando una competizione silenziosa ma elettrica per il dominio artistico della strada.

Quando arrivai a Tokyo nei primi anni Novanta avevo già sentito parlare delle varie sottoculture che bazzicavano Harajuku, zona flessibile dai piccoli negozi creativi, un luogo leggendario che sembrava offrire un sacco di materiale da osservare. In effetti, ogni angolo intorno a quella stazione trasudava storie incredibili. Ricordo una volta che, mentre camminavo osservando il quartiere, mi trovai davanti a qualcosa di inaspettato: un gruppo di ragazzi con il ciuffo alla Elvis che ballava all'ingresso del parco di Yoyogi, affiancati da alcune ragazze che indossavano appariscenti gonne a ruota color pastello e legavano i capelli con la coda di cavallo.



In pieno Harajuku, epicentro della moda giovanile all'avanguardia, che ci facevano quegli strani tipi in stile anni Cinquanta vestiti di jeans e giacche di pelle nera, il taglio pomp e gli occhiali da sole in stile James Dean? Alcuni spettatori mi spiegarono che si trattava dei rooraa zoku, la tribù dei roller, conosciuti per ballare musica twist e rock'n'roll, uno dei fenomeni di massa tipici di Harajuku. A prima vista mi sembrarono anacronistici. Pensavo che la cultura dei rooraa zoku si fosse estinta anni prima, invece non si era mai spezzata e aveva continuato a scorrere sotterranea. Harajuku è considerata una terra sacra per la sua lunga storia, ed era naturale che i superstiti si ritrovassero ancora lì. Perché Harajuku accoglie tutti e assorbe tutto. Anche se la città cambia, certe culture non svaniscono.



Alla fine degli anni Ottanta, però, i rooraa e i loro dirimpettai takenoko avevano cominciato a dissolversi come un miraggio estivo. Nuove tribù urbane avevano preso possesso delle strade: giovani che sfrecciavano sui pattini, rock band emergenti che trasformavano gli angoli in palchi improvvisati, i primi breakdancers che giravano sulla testa sul cemento. Il boom era finito, ma l'eredità rimase impressa nell'asfalto di Harajuku, dove per la prima volta la strada era diventata palcoscenico. Di lì a poco, l’area di Harajuku venne invasa dalle prime gyaru negli anni a cavallo della bolla. Ma, a differenza dei precedenti gruppi, quelle ragazze non riservavano i loro travestimenti solo alla domenica, e indossavano il loro look anticonformista praticamente ogni giorno.

(continua)


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