Nomo Hideo, la storia del samurai che unì Giappone e Major League (8)

Il testo che segue l’ho recuperato da un recente numero della rivista “Shukan Baseball” datato 2024, in particolare dallo speciale intitolato Nomo Hideo Densetsu (La leggenda di Nomo Hideo), e da alcune interviste apparse nella rivista “Baseball Magazine” del giugno 2023.



Al giorno d’oggi, leggere o sentire di un giapponese che milita in Major League non stupisce più nessuno: Darvish, Suzuki, Kikuchi, Maeda, Yamamoto, Senga, Sasaki e tanti altri sono protagonisti fissi del campionato americano. Ma prima di tutti questi e di coloro che li hanno preceduti a partire dal 1997 (Ichiro, Matsui, Irabu, Aoki, Taguchi, Fukudome per citarne alcuni) si affermò un lanciatore di nome Nomo Hideo. Il 13 febbraio 1995 i Los Angeles Dodgers annunciarono la sua firma dopo averlo convinto a lasciare per sempre i Kintetsu Buffaloes e la Lega Giapponese, un evento che segnò l’inizio di una nuova era. Dopo di lui, oltre sessanta giocatori giapponesi avrebbero seguito la stessa strada.

Già nel 1988, prima ancora di diventare professionista, Nomo si era fatto notare alle Olimpiadi di Seoul, quando riuscì a zittire gli Stati Uniti terminando la sua prestazione senza subire punti. Nel 1990, poi, stupì le star della Major League durante una delle consuete sfide tra le nazionali Giapponese e USA: Dykstra, Griffey Jr., Bonds sono i nomi autorevoli dei campioni che rimasero spiazzati e sorpresi dal suo lancio "Tornado". Lo scrittore Robert Whiting racconta in The Samurai Way of Baseball che, dopo quell'incontro, il celebre Randy Johnson gli disse semplicemente: «Nomo, che ci fai qui? Il tuo posto è in MLB».

Ma negli anni ‘90 non esisteva ancora il sistema di Posting, e trasferirsi in America era una sfida quasi impossibile. Il Posting System attuale è il meccanismo di trasferimento dei giocatori dalla lega giapponese NPB alla Major League. Nato nel 1998 per risolvere problemi di compensazione e scarsa autonomia dei giocatori, stabilisce che quando un giapponese viene “postato”, la sua squadra definisce una tassa di trasferimento (posting fee) basata sul valore del futuro contratto MLB. Il giocatore ha poi 30 giorni per negoziare con qualsiasi squadra a stelle e strisce disposta a pagare tale tassa.

Solo grazie all’astuzia di un agente si trovò un modo legale, il cosiddetto “ritiro volontario”, per liberarsi dal contratto che fino agli anni ‘90 incatenava a vita i giocatori nipponici alle due Leghe giapponesi. Le critiche in patria non mancarono, ma Nomo non si tirò indietro. Fred Claire, general manager dei Dodgers, spiegò poi che Nomo non ebbe paura di perdere tutto ciò che aveva costruito in Giappone. Credeva in se stesso, anche senza certezze. Forse è proprio per questo che viene ricordato come il vero pioniere: un uomo con una fiducia incrollabile e nessuna paura.

Quel salto nel vuoto del 1995 spalancò una porta che nessuno aveva mai osato oltrepassare. E Nomo non deluse: come detto, al primo anno in MLB fu subito convocato per l’All-Star Game e vinse il premio di Rookie dell’Anno. Nomo entrò nella storia con un memorabile no-hitter (un incontro completo e zero valide concesse). In Giappone, chi ha vissuto quegli anni, ha esultato vedendo il suo leggendario lancio "Tornado" che inchiodava i battitori americani. 

Il primo miracolo, quello del 17 settembre 1996 a Denver, rimane uno dei momenti più epici degli anni Novanta. Il no-hitter al Coors Field contro i Colorado Rockies è considerato uno dei più improbabili e grandi di tutti i tempi. Il Coors Field è noto come “stadio amico dei battitori” a causa dell'alta quota che permette alle palle di viaggiare più lontano. Nomo è tutt’ora l'unico lanciatore nella storia della MLB ad aver lanciato un no-hitter in quello stadio.

Un’altra statistica interessante legata all’avventura americana di Nomo: leggevo che, tra gli anni ’60 e ’80, l’altezza media dei giocatori giapponesi era stabile (180 cm e 80 kg). Dagli anni ’90 si registrò una crescita ponderale, grazie all’avvento degli allenamenti coi pesi diffusi soprattutto dopo il successo di Nomo in Major League. Tuttavia, i lanciatori americani degli ultimi tempi superano spesso i 190 cm e i 95 kg di media, mentre i giocatori di posizione viaggiano su 187 cm e 93 kg circa, lasciando ancora il Giappone in svantaggio fisico.

Poi arrivarono gli infortuni, le difficoltà e i continui cambi di squadra. Ma nel 2001, coi Boston Red Sox, arrivò un nuovo miracolo. Il 4 aprile resta scolpito nella memoria come il giorno della sua seconda prestazione no-hitter. Gli avversari erano i Baltimore Orioles. Nomo, al debutto con Boston, divenne il primo lanciatore dei Red Sox a lanciare un no-hitter dal 1965 e realizzò il primo assoluto all'Oriole Park di Camden Yards. Leggenda narra che un guasto elettrico ritardò il match di 43 minuti. Nomo non si innervosì e lanciò un’altra partita memorabile. Con quella, divenne il quarto giocatore della storia, insieme a Cy Young, Jim Bunning e Nolan Ryan, a realizzare un no-hitter in entrambe le leghe.

In quella stagione coi Red Sox, Nomo collezionò 13 vittorie su 33 partenze e vinse la classifica degli strikeout. Eppure, fu la sua unica stagione a Boston. Nel 2002 tornò ai Dodgers come free agent. Dopo aver girato ben nove squadre, Los Angeles era rimasta la sua vera casa. E il suo marchio di fabbrica, quell’eccentrica forkball, continuava a incantare e terrorizzare chiunque. Un aneddoto racconta che il coach dei Red Sox, Joe Kerrigan, non riusciva a trovare un ricevitore disposto a ricevere i suoi lanci durante gli allenamenti. Nomo era l’unico lanciatore con cui i compagni faticavano ad allenarsi: la sua palla cambiava direzione così violentemente che la soprannominarono la “split infernale”.



Gli americani, popolo conservatore, orgoglioso e soprattutto geloso della propria supremazia in quello che considerano lo sport nazionale, lo definirono «uno dei giocatori più cool di sempre». Nel 2014, Nomo entrò nella Hall of Fame del baseball giapponese, anche se non raggiunse i requisiti per quella americana. Eppure, molti credono che se la Hall statunitense aprisse un giorno le porte ai veri pionieri del baseball, il nome di Nomo sarebbe in cima alla lista. 

Trent'anni fa, nel 1995, in quel novembre uggioso, la Major League Baseball si preparava a ricevere non solo un lanciatore, ma un vero e proprio pioniere culturale. Nomo cambiò per sempre il rapporto tra due poli distantissimi nel panorama mondiale del baseball. Un’eredità la sua che non sbiadirà mai. La stella del primo samurai che lasciò in solitudine il Giappone per affrontare l’ignoto in America continuerà a brillare per molto tempo a venire.

(8- fine)

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