Il sacro terriccio del Koshien
L'ho già accennato in precedenza, e chi mi legge forse lo saprà già: per i giocatori del terzo anno che vi partecipano, la terra del Koshien non è che la fine della loro avventura nel baseball liceale. In teoria, è il simbolo che annuncia la fine dell'estate della loro adolescenza. In pratica, pur essendo l'ultimo granello nella clessidra, quel sacchettino di terra diventa un tesoro, una reliquia, una vera e propria medaglia al valore che testimonia in modo tangibile un'esperienza che li accompagnerà per tutta la vita.
I giocatori della scuola eliminata prima della finale hanno la consuetudine di riempire un sacchettino di stoffa con il terriccio scuro del diamante di Nishinomiya. È un'immagine che si ripete puntualmente e sancisce la conclusione di ogni partita finale. Anche per questa sacralità, al Koshien non sono visti di buon occhio coloro che sputano a terra (pratica comune tra i giocatori stranieri che militano nella lega professionistica giapponese). Le seguenti storie le ho trovate sulla rivista Sport Spirits, in un numero interamente dedicato al Koshien.
Pare che la tradizione di raccogliere il terriccio risalga addirittura alla semifinale della 28ª edizione (tenutasi nel 1946, la prima dopo la conclusione della guerra mondiale). Fu introdotta dal signor Sasaki, coach del liceo Tsukuba Daifuzoku di Tokyo. La sua scuola venne sconfitta in semifinale con un perentorio 9 a 1 dal Naniwa Shogyo di Osaka. A fine partita, l'allenatore chiese ai suoi ragazzi di tornare nelle rispettive posizioni difensive e raccogliere ciascuno un po' di terra: "Dovete promettermi che farete di tutto per tornare qui il prossimo anno e restituire la terra allo stadio sacro. Sarà la vostra solenne promessa col Koshien. Ogni volta che guarderete questa terra dovrete ricordarvi di questa sconfitta e raddoppiare gli sforzi per tornarci. E io vi prometto che torneremo!"
Amuleto o furto? Il precedente di Kawakami
In realtà, altre fonti raccontano che il primo ad avere l'idea sarebbe stato Kawakami
Tetsuharu, all'epoca lanciatore del Kumamoto Kogyo, il quale dopo la finale
persa nel 1937 pensò bene di infilarsi in tasca un po' di terriccio che gli
aveva sporcato l’uniforme e di riportarselo da queste parti, in Kyushu. Quella terra preziosa,
però, non la tenne per sé, ma la sparse nel campetto della scuola dove lui e i
suoi compagni si allenavano: una sorta di amuleto protettivo benaugurante.
Evidentemente colpito da quel gesto generoso, lo spirito (kami) del Koshien chiuse un occhio sul "furto". Anzi, a giudicare da come andarono le cose, probabilmente li chiuse tutti e due! Infatti, il terriccio non solo portò fortuna a Kawakami, ma lo indirizzò verso una brillante carriera, prima come giocatore e poi come coach nelle fila dei Giants di Tokyo.
Ironia della sorte, i Giants sono i nemici giurati degli Hanshin Tigers, la
squadra che gioca in casa al Koshien. Nel 1938 Kawakami divenne professionista
coi Giants e si guadagnò talmente tanta stima nell’ambiente da venire
soprannominato il "Dio della battuta". Nel 1957 gli dedicarono
persino un film in bianco e nero intitolato "Kawakami Tetsuharu
monogatari sebango 16" (Storia di Tetsuharu Kawakami, numero 16).
La terra confiscata e la stele della fraternità
Un altro episodio curioso legato alla terra sacra avvenne
nel 1958. Sulla vicenda hanno persino disegnato un manga a puntate, ma di
questo parlerò più avanti.
La storia è semplice: a quell'edizione del Koshien, la quarantesima, partecipò anche il liceo Shuri di Okinawa. Per inciso, Shuri è l'antico nome di Naha, capitale e città principale dell'arcipelago di Okinawa. All'epoca, l'area era ancora un protettorato americano e ospitava le basi dei militari reduci dalla guerra di Corea. Sconfitti al primo turno, i liceali del Shuri, prima di imbarcarsi di nuovo verso l'arcipelago, pensarono bene di recuperare dei sacchettini di terra come ricordo di quella brevissima ma memorabile avventura nella madrepatria giapponese. Purtroppo per loro, le cose non andarono come previsto.
Infatti, le leggi vigenti negli Stati Uniti vietavano (e
immagino lo vietino tutt'ora) di introdurre nel proprio territorio terra e
vegetali di apparente origine sconosciuta provenienti da un paese straniero, se
non dopo un'accurata analisi scientifica. Il responsabile della scuola avvisò a
malincuore i suoi giocatori che avevano l'obbligo di consegnare tutti i loro
sacchetti all'autorità militare americana, come intimava la legge. La
preziosissima terra fu sequestrata agli increduli studenti e venne gettata
senza ritegno nelle acque adiacenti al porto di Naha.
Pare comunque che due ragazzi intrepidi riuscirono a
occultare lo stesso qualche grammo di terriccio sacro. Venute a conoscenza
dell'episodio, alcune hostess della Japan Airlines decisero di raccogliere
delle piccole pietre bianche sulla spiaggia poco distante lo stadio di
Nishinomiya e di inviarle al liceo Shuri come parziale compensazione del torto
subito.
Queste pietre furono raccolte e andarono ad adornare il
monumento chiamato "Yuai no ishibuni" (stele della
fraternità), eretto per ricordare la partecipazione della scuola al Koshien. Le
pietruzze vennero sistemate in modo da formare un piccolo diamante in
corrispondenza della parola yuai, cioè "fraternità". Pare che
l'episodio colpì in modo particolare l'opinione pubblica giapponese e divenne
uno dei simboli che vennero impugnati dal movimento di liberazione
dell'arcipelago dall'egemonia americana. Per la cronaca, Okinawa venne
restituita al Giappone solo nel 1972.
La composizione segreta del kurotsuchi
Torniamo alla terra. Quella del Koshien è chiamata kurotsuchi,
cioè terra nera. Nasce da una miscela speciale di terricci scuri provenienti
dalle prefetture di Kagoshima, Okayama, Tottori, Oita, a cui si aggiunge una
percentuale di sabbia bianca che arriva addirittura dalla provincia costiera
cinese del Fujian!
In primavera, durante il Senbatsu, la percentuale di terra
nera stesa sul diamante è del 55%, compensata dal 45% di sabbia bianca cinese.
Durante il Koshien estivo, invece, quest'ultima percentuale scende al 40%. La
miscela è stata studiata per drenare le frequenti piogge primaverili che spesso
colpiscono il Kansai a marzo e, naturalmente, per resistere all'arsura del
micidiale agosto giapponese.
Pare che alla prima miscela impiegata venisse aggiunta
terra proveniente da Awaji, l'isoletta al largo di Shikoku collegata a Honshu
dal ponte di Akashi Kaikyo (il ponte a sospensione più lungo del mondo) e
all'isola di Shikoku dall'altro ponte Onaruto. Tuttavia, sembra che questa
terra assomigliasse troppo al colore biancastro della pallina da baseball, e si decise quindi di
cambiare miscela per evidenziare meglio le fasi di gioco. Il nero attuale,
infatti, consente agli spettatori di seguire meglio i rimbalzi delle palline
ribattute in campo interno. Al Koshien lavorano anche gli addetti alla terra, i
ground keeper, coloro che si adoperano per procurarla in vista
dell'evento e che ricoprono i buchi dopo ogni incontro.
L'ironia finale: la maledizione di coach Sasaki
A proposito, ma che fine fece il liceo Tsukuba Daifuzoku? Riuscì a tornare al Koshien per restituire la terra, simbolo della promessa? Purtroppo, no. Evidentemente, lo spirito del Koshien stavolta ci rimase male. Sarà stato il gesto al limite del furto o la presunzione del coach, non è dato saperlo. Fatto sta che il kami, la divinità che alberga nel Koshien (sì, i giapponesi sono convinti che esista), impedì alla scuola di rimettere piede all'interno dello stadio non solo l'anno successivo, ma addirittura fino ai giorni nostri. Col tempo, il liceo dovette persino cambiare nome.





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