Anime e censura: se pensavate che Lilly fosse audace, non conoscete Robokko Beaton
Avete presente quella sottile linea rossa tra l’educazione e lo scandalo? Chiacchierando con un coetaneo giapponese ho scoperto che mentre noi restavamo ipnotizzati dalle innocenti trasformazioni di una bambina e dalle sue pillole rosse e blu legate all’educazione sessuale, nel 1976 il Giappone trasmetteva Robokko Beaton, un anime scherzoso sulla falsariga di Doraemon che, probabilmente, avrebbe fatto accapponare la pelle a qualunque comitato di genitori italiani.
Come dicevo, è tutto nato da una recente conversazione tra boomer. Si parlava di nostalgia, di pomeriggi e serate davanti alla TV, di cartoni innocenti e anche di censura. Mi è venuto spontaneo citare "I bonbon magici di Lilly" (Fushigi na Melmo): i toni del cartone erano lievi e innocenti, ma gli argomenti trattati, cioè le trasformazioni di Lilly (Melmo) e i temi dell’educazione sessuale accennati da Tezuka Osamu, risultavano curiosamente precoci. Il Dio del Manga voleva spiegare ai bambini come cambia il corpo umano, ma la nostra sensibilità cattolica e conservatrice dell'epoca evidentemente vide in quelle pillole magiche e tutto il corollario qualcosa di troppo esplicito. Se in Italia fece scalpore, in Giappone venne considerato un intento pedagogico gentile con un approccio sincero ed educativo.
Allorché, l’amico mi ha guardato, ha sorriso e ha rilanciato: "Se vuoi capire cosa davvero osavano da noi negli anni '70 negli anime considerati per bambini, allora dovresti vedere alcuni episodi di Robokko Beaton". Mentre noi nei primi Ottanta ci interrogavamo sulle metamorfosi e sulle innocenti nudità di Lilly, qualche anno prima, nel 1976, in Giappone era andato in onda Robokko Beaton, un anime che in Italia non ha mai visto la luce.
Sono andato a cercarmi qualche dato: basato sul manga di Morita Kenji, venne trasmesso dall’ottobre 1976 per circa un anno, in fascia preserale. Beaton prese il posto di Ufo Diapolon (una serie robotica conosciuta anche da noi) e rappresenta l'incursione nel mondo della commedia della Sunrise, famosa per Gundam e Zambot 3.
Robokko Beaton è dunque un anime per bambini sulla falsariga di Doraemon, strutturato cioè col doppio mini episodio a dividere ogni puntata. In pratica, il formato prevedeva la trasmissione di due episodi a riempire una fascia oraria di 30 minuti. I personaggi e il loro design hanno una somiglianza sorprendente con le opere della prolifica coppia Fujiko Fujio, e il cartone ricalca palesemente lo stile di anime come Superkid eroe bambino, Dotakon, Robottino, Nino il mio amico ninja e Carletto il principe dei mostri. Un vero esperimento di anarchia slapstick nato in casa Sunrise poco prima del boom di Gundam, affidato alla regia hard-boiled di quel Ōsumi Masaaki che aveva già sporcato le mani col primo Lupin III.
Incuriosito, gli ho dato un'occhiata. Proprio come mi aveva anticipato l’amico, l'ho trovato un cartone divertente, con un ottimo ritmo e una comicità a tratti esilarante. Non c'è alcuna moralizzazione, solo episodi simpatici e un'ambientazione meravigliosamente rilassata.
La premessa è assolutamente innocente: uno zio americano invia un kit robotico al nipotino Masao (soprannominato Maa-chan) che vive in Giappone. Maa-chan frequenta le scuole elementari e indossa visiera e tuta come un Super Mario ante litteram ma senza i baffi.
Il bambino si rivolge al signor Nobel, un inventore della città, per farsi assemblare il robot. Tuttavia, il manuale in inglese è al di là della loro comprensione. Finisce che lo scienziato pasticcione confonde le parti e collega i circuiti in modo errato e gli aggiunge dei pezzi non necessari.
Seppur completamente sballato, il risultato è la creazione di Beaton, un robottino dalle elevate prestazioni, dotato di una mente propria e capace di provare emozioni. Sebbene bipede, è in grado di volare nell'aria utilizzando propulsori a razzo e possiede una forza formidabile. L’aspetto di un articolo americano prodotto in serie è davvero curioso. L'era in cui il Made in Japan avrebbe dominato il mondo era ancora un po' distante e questo potrebbe essere stato l'ultimo periodo in cui il prestigio della componentistica Made in America era ancora apprezzato in Giappone.
Tornando al robottino, Beaton è un androide senziente che parla, mangia ed è capace di volare, anche se con un’autonomia di soli tre minuti. Alto circa quanto un bambino, il robot parla la lingua umana, può ritrarre le gambe e volare utilizzando la propulsione a razzo, oppure dispiegare i cingoli dalle suole per correre. Beaton, inoltre, può eseguire calcoli fino a due cifre, visualizzando i numeri sugli occhi. È vulnerabile all'acqua: anche una sola goccia che tocca il suo corpo provoca danni da ruggine, rendendolo immobile (perciò, il signor Nobel gli crea uno speciale rivestimento impermeabile). Si pensa che la sua fonte di energia sia l'elettricità, poiché a volte viene mostrato mentre si ricarica da una normale presa di corrente domestica. Poiché Beaton possiede emozioni simili a quelle umane, Maa-chan lo tratta con lo stesso affetto che riserva alla sua famiglia, in pratica diventa il suo migliore amico.
Ecco che, tra le maglie di questa commedia frenetica, spuntano dettagli che spiegano perché le nostre televisioni non lo avrebbero mai diffuso, a partire dal personaggio di Gaki Oyaji, un magnate di mezza età che si comporta da bullo locale e gira con un elmetto prussiano rosso e un paio di baffetti che evocano fantasmi bellici mai del tutto sopiti.
Gaki Oyaji, che fin dall'infanzia, ha sempre indossato un'uniforme militare con mantello, occhiali rotondi e pizzetto, ha un modo di parlare particolare, che termina le frasi con “zoi”. Da un certo punto in poi, alla fine di ogni episodio impartisce la lezione della settimana in uno stile narrativo rakugo, battendo su una pentola e dichiarando: “Lezione della settimana... chi ha capito, alzi la mano!”.
Gaki Ojaji litiga costantemente con Beaton e Maa-chan con l’aiuto del suo robot Burikin, un gigante di latta di fabbricazione tedesca costruito per rivaleggiare col robottino giallo. Molto più grande del rivale, Burikin ritrae le gambe e vola grazie alla propulsione a razzo, e vanta una forza formidabile. Sebbene pubblicizzato come altamente performante, il suo livello di intelligenza è basso. Essendo di fabbricazione tedesca, inizialmente non spiccica una parola di giapponese.
E poi c’è Urara, una bambina carina della stessa età di Maa-chan. Porta i capelli lunghi raccolti in una coda adornata da un grande fiocco. I suoi genitori vivono all'estero per motivi di lavoro, quindi Urara si è trasferita a vivere proprio a casa di Gaki Oyaji, che chiama zio, anche se non è chiaro se sia un suo parente. Gaki Oyaji, Burikin e i loro tre scagnozzi interferiscono costantemente con Beaton e Maa-chan, e la farsa slapstick che ne segue costituisce il canovaccio dei primi episodi. Fin qui, ho pensato, nulla di particolarmente provocante. Invece, poi, arriva in questo senso il personaggio chiave dell'opera: si tratta di Nennen, una robottina che debutta nell'episodio 24, intitolato in maniera spudorata “Nennen si scusa per essere nuda”.
Ecco il vero punto di rottura, ciò che rende la "scandalosa" Lilly un cartone per educande! L'episodio 24 segna dunque l’arrivo dall’America di Nennen, robottina che pare fosse ispirata vagamente a Marilyn Monroe. Labbra color cremisi, minigonna, top senza maniche, ombretto sensuale. Maniaca della pulizia, Nennen usa bagnoschiuma e sfoggia il suo corpicino nudo come se volesse dire “Guardatemi!”. Di solito indossa un micro-miniabito con colletto da marinaio che lascia intravedere le mutandine, abbinato a stivali rosso vivo. Quando riposa, sfoggia una camiciola da notte in stile babydoll. Il grande baule che porta con sé è dimensionato per contenerla e per fungere da vasca da bagno. Infatti, Nennen adora fare la doccia e il bagno, spogliandosi nuda in qualsiasi momento e ovunque, lasciando Beaton, Burikin, Maa-chan e Gaki Oyaji esterrefatti.
Questa provocante androide vive in un costante stato di esibizionismo, tra docce improvvisate mostrate con capezzoli in vista e un sistema di ricarica energetica che la spinge a emettere gemiti ambigui mentre viene rifornita. Premendo l'interruttore posizionato sul fianco sinistro, le mutandine scompaiono, col dispositivo di ricarica energetica che va inserito nel bocchettone posto sulla natica destra. Durante quel rifornimento, Nennen pronuncia frasi stranamente seducenti come “Sbrigati~” e “È così bello~”. Lo staff del cartone, in questo senso, fu davvero provocatorio.
Un dettaglio, questo, figlio di un’epoca così sfacciata che lo staff di animatori andò a fare ricerca in veri locali di striptease per studiarne le movenze. La sua impostazione è simile a quella di Shizuka di Doraemon trasformata in un'esibizionista, che vuole costantemente togliersi i vestiti e fare il bagno.
In questo vortice di sguardi provocanti e motori che vanno a benzina o elettricità casalinga, Robokko Beaton restituisce l’immagine di un’animazione Showa puramente infantile ma incredibilmente libera, dove la nudità robotica e la satira militare convivevano, lasciandoci oggi con il dubbio che, forse, la nostra visione dell'infanzia sia stata filtrata da una lente morale che non ci ha permesso di scoprire l'ironia di un robot che si ricarica dal sedere ma sogna come un essere umano.
Spesso la mancata importazione di alcuni titoli non era solo una questione di costi, ma di compatibilità culturale. Il Giappone degli anni '70 aveva una libertà espressiva nei contenuti per ragazzi che includeva umorismo scatologico, nudità goliardica e una violenza slapstick molto spinta. Robokko Beaton è una commedia semplice e demenziale tipica di quegli anni, che non cerca di educare, ma di divertire in modo folle, anarchico e, per gli standard occidentali dell'epoca (e forse anche di oggi), decisamente sopra le righe. Probabilmente farebbe venire i capelli bianchi a molti genitori.
Il confronto tra la percezione occidentale e quella giapponese su ciò che è adatto ai bambini è un tema affascinante, specialmente quando si parla degli anni Settanta, un'epoca di sperimentazione incredibile (e spesso senza filtri). Confrontarsi con chi ha vissuto quell'epoca dall'altra parte del mondo fa capire quanto la nostra visione dell'animazione sia stata filtrata da una lente morale molto specifica. Ma forse Beaton era davvero troppo per noi italiani. O forse ci siamo persi un pezzo di storia del divertimento puro?










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