Ripercorrendo la storia delle gyaru (4)

Negli anni Novanta bastava pronunciare la parola gyaru per evocare un intero universo scintillante e ribelle: le già citate amuraa seguaci di Amuro Namie, le kogyaru in minigonna e calze slouchy, i pellegrinaggi verso il tempio della moda giovanile per eccellenza, lo Shibuya 109. Poi arrivarono le yamanba, i loose socks, le ciglia finte, la danza para para e, naturalmente, le ragazze dalla pelle color bronzo profondo, le ganguro. Le gyaru per come le intendono ora nacquero con le amuraa, ma la devianza raggiunse il suo culmine con sottogruppi come le ganguro e le yamanba. Un passo alla volta.

Il fenomeno ganguro e l'apice della cultura gyaru

Nel 1995 nacque la rivista egg, destinata a diventare uno dei media chiave nella diffusione della cultura gyaru. All'epoca le riviste avevano un'influenza enorme rispetto a oggi, e una parte importantissima della diffusione della cultura gyaru avvenne proprio attraverso le comunità costruite attorno a queste pubblicazioni. Riviste come Popteen, Ranzuki e Cawaii! esercitarono una forte influenza e molte lettrici, ispirate da questi modelli, crearono dei circoli, i cosiddetti gyaru-saa (crasi di girl + circle, pronunciato saakuru), in cui svolgevano attività di gruppo.



In quegli anni, uno dei fattori che portarono all'aumento della popolazione gyaru fu con ogni probabilità la vivacità delle attività dei circoli. Ce n'erano dedicati alla conversazione e allo scambio di informazioni, altri organizzavano eventi nei club, animando notti e weekend con esibizioni di para para. Aggiungo che la cultura gyaru di questo periodo era piuttosto esclusiva: il gruppo era tutto, con forti gerarchie interne e una struttura che ricordava da vicino quella dei gruppi yankii. Non era semplicissimo entrarvi.

Dopo l'avvento della prima guru Amuro Namie, il 1999 vide l'emergere della generazione successiva, capeggiata dalle ganguro e dalle yamanba, insieme all'ascesa delle commesse carismatiche. Ciò segnò il preludio alla seconda generazione, che vide l'ennesimo passaggio del testimone. Si dice che la nascita delle ganguro fosse motivata dal desiderio di distinguersi a Shibuya e competere per apparire sulle riviste. Il fenomeno ganguro esplose definitivamente tra il 1999 e il 2001. Il nome stesso deriverebbe dal gesto di abbronzarsi fino a diventare nerissime, o semplicemente dall'idea di avere un viso ganguro, cioè scuro, bruciato dal sole. Il nome combinava il gan della rivista di moda Gangan con il guro (o kurogao, che significa faccia nera). Per alcuni, il termine ganguro viene generalmente considerato un'abbreviazione di gangan kuroi, letteralmente "estremamente nero/scuro".



Esiste anche un'altra teoria etimologica secondo cui il termine deriverebbe da una sequenza di trasformazioni linguistiche: ganmen ga kuroi ("la faccia è nera") abbreviato in ganguro ("viso nero"). Queste figure mantenevano gli elementi della gyaru tradizionale, ma li trasformavano in uno stile anti-estetico difficilmente tollerabile per gli adulti: le ganguro frequentavano i solarium e usavano fondotinta marrone scuro, eyeliner e rossetto bianco in forte contrasto, rifiutando l'ossessione giapponese per la pelle chiara. La moda ganguro imponeva parei, canottiere, accessori floreali, cappelli da cow-boy, capelli decolorati e sandali e stivali con zeppa.

Del fermento di quella stagione ho solo immagini frammentarie. Ricordo le foto sulle riviste d'epoca, l'eco di canzoni da discoteca, l'odore di spray abbronzanti in certe zone di Tokyo. Tempo un quinquennio e il fenomeno sembrò già svanito. Credevo che le ganguro si fossero estinte, travolte dalle mode più candide dei Duemila. Eppure, poco prima del COVID lessi dell'esistenza di Black Diamond, un collettivo interamente composto da ganguro attive e orgogliose del proprio stile, in occasione della resurrezione in versione web della leggendaria rivista egg, la bibbia delle ragazze del tempo. Incredibile: proprio quando l'era Heisei volgeva al termine, il nome ganguro tornava a circolare, simbolo di un Giappone che non smette mai di reinventarsi.

Negli stessi anni si diffuse anche la variante delle yamanba gyaru. Il nome viene da Yamauba, la strega delle montagne, descritta tradizionalmente con lunghi capelli trascurati e bianchi. Alle caratteristiche già presenti si aggiungeva una decolorazione estrema dei capelli, che diventavano biondo quasi bianco, argentati o striati da ciocche di colore acceso, con pettinature volutamente scomposte. Il trucco, con ombretto bianco e cerotti fosforescenti sugli zigomi, giocava sul contrasto tra l'incarnato molto scuro ed eyeliner bianchi, creando un effetto da negativa fotografica che divenne un marchio distintivo delle yamanba. Nel 1999 anche le yamanba guadagnarono la loro fetta di popolarità, ma la tendenza perse slancio dall'anno successivo, in parte a causa della temporanea sospensione della pubblicazione di egg.



Shibuya era il loro regno. Ce n'erano talmente tante che i passanti normali si sentivano spaesati, quasi fuori posto. Le ragazze si incontravano per scambiarsi consigli di trucco, accessori e gossip: Shibuya era la loro piazza digitale, prima che esistessero i social. L'altro faro era appunto la rivista egg: comparire tra le sue pagine significava diventare una celebrità del sottosuolo fashion. Le ragazze di provincia imparavano da egg cosa andava a Shibuya e cercavano di replicarlo. In città molte ragazze provenivano da famiglie benestanti, anche se l'aspetto faceva pensare a tutt'altro. In provincia, invece, ganguro era praticamente sinonimo di yankii.

La base era una pelle molto scura, capelli decolorati con mesh colorate e un trucco caratterizzato da highlight bianchissimi tracciati sul dorso del naso e sotto gli occhi. Molte usavano i pennarelli Posca per ottenere colori più vividi e saturi. I capelli molto chiari o decolorati provocavano un contrasto scioccante con la pelle, accentuato da trucchi bianchi (come eyeliner spesso o ombretti chiari) attorno agli occhi e alla bocca. La nail art con unghie lunghe e vistosamente decorate trasformava le mani in piccoli manifesti personali. Curare e abbellire le unghie era una delle loro ragioni di vita, mentre l'interesse per l'altro sesso era piuttosto contenuto. Le ciglia finte venivano applicate in modo esagerato tutt'attorno agli occhi per ingrandirli al massimo, e il contorno occhi veniva decorato con adesivi di strass. Le ganguro adoravano l'ibisco, che infilavano spesso nei capelli o nelle pieghe dell'outfit.

La variante più radicale chiamata gonguro ("faccia super-nera") prevedeva di abbronzare la pelle nei solarium fino a tonalità estremamente scure. Con le yamanba l'estetica arrivò al limite, trasformandosi in un'ostentazione quasi teatrale. I fenomeni ganguro, gonguro e yamanba rappresentarono il punto di massima estremizzazione e il loro stile provocatorio si contrappose ai canoni tradizionali di bellezza giapponesi basati sulla pelle chiara. Al di là dell'abbronzatura, però, c'era un codice di comportamento preciso. Saper ballare il para para era obbligatorio. E più la pelle era scura, più cresceva lo status.



Alcune ragazze frequentavano i solarium quasi ogni giorno, fino a perdere il senso della misura. Pare che persino i ventilatori dei solarium fossero oggetto di superstizioni. Girava voce che riducessero l'efficacia dell'abbronzatura, quindi accenderli equivaleva a dichiararsi deboli. Ma dietro la provocazione estetica si celava qualcosa di più profondo: un impulso di libertà assoluta. Le ganguro non si piegavano a nessuno. Non facevano ciò che non volevano. Spesso subentrava un lato drammatico: infatti, yamanba e ganguro di quel periodo erano spesso associate al fenomeno delle piccole fughe da casa. Molte di loro trascorrevano notti fuori, dormendo in strada a Shibuya o Ikebukuro, oppure ospitate in casa di uomini che offrivano loro cibo e la possibilità di fare il bagno in cambio di rapporti, una dinamica definita talvolta come una sorta di baratto tra sessualità e sostentamento.

Questi comportamenti furono spesso oggetto di critica da parte dei media e delle generazioni più anziane, venendo affiancati alle teorie sui giovani che vanno in escandescenza e contribuendo a fare di queste ragazze un simbolo controverso delle inquietudini e delle trasgressioni giovanili di fine secolo. La loro parabola, come tutte le mode, conobbe anche il declino. Con la comparsa della rivista Koakuma Ageha e l'ascesa di Hamasaki Ayumi, l'ideale di bellezza si schiarì: la shiro gyaru, chiara di pelle ma ugualmente appariscente, divenne il nuovo modello. Mantenere la pelle scura costava tempo e denaro, così molte cedettero alle sirene del bianco.

Oggi, le vere ganguro si contano sulle dita di una mano. A spasso per Shibuya vengono ancora fotografate come curiosità, a volte insultate per strada. Perfino trovare ciglia finte o abiti del loro gusto è un'impresa: i vecchi marchi gyaru hanno cambiato rotta, e nei negozi di Tokyo non si trova quasi più nulla. Alcune si arrangiano comprando capi usati online o rovistando nei Don Quijote delle regioni limitrofe, ma quelle che resistono lo fanno per amore puro. Leggevo che Black Diamond oggi conta circa cinquanta membri attivi e trecento aspiranti. Le più giovani hanno vent'anni: erano bambine quando videro per la prima volta le ganguro in tv o su internet.

Irrompono Hamasaki Ayumi e le "bianche"

In quegli anni esplose il boom del print club, comunemente chiamato purikura. Secondo una versione, inizialmente si trattava di una macchina pensata per permettere ai salaryman di applicare facilmente una foto al proprio biglietto da visita. Invece il purikura finì per ottenere un successo esplosivo soprattutto tra liceali e giovani, evolvendo rapidamente in uno strumento pensato specificamente per loro, a metà tra gioco, ricordo e mezzo d'espressione.

In questo periodo anche l'effervescenza di Shibuya, con il centro commerciale SHIBUYA109 come epicentro, raggiunse l'apice. Pur essendo un'epoca in cui fiorivano molte culture giovanili oltre a quella gyaru, per le affiliate questo quartiere era una sorta di terra sacra. Tra il personale dei negozi di SHIBUYA109 c'erano gyaru che venivano presentate sulle riviste come commesse carismatiche, nuove muse di stile per le adolescenti di tutto il Paese. Si sviluppò persino una cultura dell'acquisto integrale: entrare in negozio e prendere l'intero outfit indossato da queste commesse, dalla testa ai piedi. Nonostante il movimento fosse guidato soprattutto da studentesse delle scuole superiori, pare che generasse un impatto economico tutt'altro che trascurabile.



Uno dei grandi cambiamenti di quest'epoca fu l'emergere delle shiro gyaru, che aprì la strada a una più ampia varietà di derivazioni ed evoluzioni gyaru. Fino ad allora, le gyaru frequentavano i solarium per mantenere l'abbronzatura, in linea con le origini surf e LA fashion del fenomeno. Tuttavia, con la Amuro, la prima carismatica guru, in pausa maternità e l'ascesa di Hamasaki Ayumi intorno al Duemila, quest'ultima divenne la seconda carismatica guru grazie al suo aspetto pallido. Nello stesso periodo l'industria cosmetica promuoveva il boom del whitening, e capelli sbiancati fino a un biondo chiaro su pelle bianca ricevettero grande sostegno dalle coetanee. Dagli anni Duemila le "bianche" guadagnarono progressivamente terreno.

All'inizio degli anni Duemila la popolarità di Hamasaki Ayumi, detta Ayu, l'imperatrice del J-pop, cantante, compositrice e modella che dominò le classifiche e l'industria musicale dalla fine degli anni Novanta, raggiunse il picco. Ayumi Hamasaki divenne qualcosa di più di una semplice cantante. Era ovunque, un volto che attraversava le stagioni del Giappone come un riflesso mutevole del suo tempo. Le foto di Ayu su Koakuma Ageha erano la Bibbia delle nuove principesse. Ogni suo cambio di look, dal caschetto biondo ai miniabiti leopardati, dalle ciglia teatrali alle unghie gioiello, diventava immediatamente un segnale che le ragazze cercavano di decifrare in anticipo per capire quale sarebbe stata la prossima tendenza. Sotto il suo sguardo perfetto, l'hime kei fiorì come non mai: gonne vaporose, fiocchi giganti, abiti ispirati a Maria Antonietta.



Un'artista camaleontica, ma dietro quelle metamorfosi non c'era alcuna improvvisazione: Ayu, come la chiamavano tutti, controllava ogni dettaglio della sua immagine con la precisione di un regista. La paragonavano a Madonna. Ogni suo cambio di capelli o di trucco diventava subito tendenza. La sua influenza era ovunque, e bastava camminare una domenica pomeriggio lungo l'affollata Meiji Doori, nel cuore di Harajuku, per accorgersene. Capitava spesso di imbattersi in ragazze che sembravano uscite da un'altra epoca: abiti pastello con balze, fiocchi sproporzionati, acconciature a boccoli ben laccati, capelli arricciati e coroncine di rose, come principesse del Settecento catapultate tra i palazzi della Tokyo contemporanea. Esponenti di un movimento che Ayumi aveva inconsapevolmente reso mitologia.

Quegli abiti costavano cifre da capogiro, ma le hime non ci pensavano: lavoravano part-time, risparmiavano e spendevano tutto per vestirsi come in una fiaba rococò. In un'economia stagnante, dove le prospettive di carriera sembravano sempre più incerte, questa fuga deliberata verso un immaginario aristocratico poteva essere letta come un rifiuto silenzioso del modello di vita tradizionale, in cui l'impegno sul lavoro era presentato come unico orizzonte possibile. Lo stile hime era forse un tentativo di cancellare il confine tra mondo virtuale e realtà, un modo con cui le ragazze cercavano di dare senso alla propria esistenza attraverso un'estetica totale, onnipresente, che trasformava l'ordinario in scena.



La variante gothic lolita

A cavallo degli anni Duemila, Harajuku diede alla luce la sua ultima, più isolata subcultura: quella della lolita e della gothic lolita. Ispirato in parte dal Rococò europeo, da Alice nel Paese delle Meraviglie e dalla letteratura gotica, questo stile si affermò con un'estetica infantile estrema, abbracciando anche influenze punk e visual. La ragazza gothic lolita rappresentava un'opposizione agli standard sociali totalmente diversa da quella delle gyaru: detestava la volgarità, disprezzava il paid dating ed era indifferente a qualsiasi attenzione maschile o femminile. La sua resistenza si esprimeva attraverso un severo distacco dalla realtà, scegliendo di esistere in un suo mondo onirico personale. La sua moda, fatta di abiti con frill in stile Rococò, non era più una questione di semplice stile, ma permeava il suo modo di vivere, diventando una vera e propria filosofia e un codice di comportamento.



Se per i takenoko zoku degli anni Ottanta l'abbigliamento era dedicato alla performance domenicale, come l'abito di Cenerentola, e per le gyaru dei Novanta il trucco e l'abbigliamento erano una routine quotidiana, per le lolita l'abito Rococò rappresentava la concretizzazione del loro sogno nel mondo reale. Tuttavia, in una società violenta e omogenea, anche questo sogno finì in un vicolo cieco. E anche qui la tecnologia prese il sopravvento. Le comunità virtuali delle lolita fornirono passaggi segreti e rifugi online, offrendo supporto e appartenenza a chi si sentiva fuori posto, rendendo meno necessario anche Harajuku, un tempo l'unico santuario fisico di strada. Harajuku si svuotò, perdendo la sua coesione.

(continua)

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