Nomo Hideo, la storia del samurai che unì Giappone e Major League (5)
Arrivò il 1992, l'anno del mio primo viaggio in Giappone. A luglio ascoltai per la prima volta le storie su questo lanciatore "autarchico" che rispondeva al nome di Nomo Hideo, e la cosa mi incuriosì.
Quell’estate me la ricordo bene: iniziai a seguire anche il baseball professionistico giapponese, oltre al mio adorato Koshien dei liceali. I Seibu – il cui logo e mascotte erano basati sulla versione adulta di Kimba il Leone Bianco, il classico di Tezuka – dominarono nuovamente la Pacific League. La squadra di Nomo chiuse di nuovo al secondo posto. Il coach Ogi lasciò la panchina a Suzuki Keishi, che prese il comando per riportare la squadra ai vertici. Ma mentre Ogi lasciava il suo lanciatore libero di conservare quello stile ai limiti dell’ortodosso, Suzuki insistette per rivederne la meccanica: «Guadagni tanti strikeout, ma concedi anche troppe basi su walk. Se non cambi, finirai per non riuscire più a essere competitivo.»
Suzuki impose risultati fin da subito, eliminando i tranquilli open day pre-campionato: il nuovo coach voleva la squadra in corsa, non a rinforzarsi in palestra. Anche gli altri coach trovarono il regime troppo severo: le ripetute in inverno minavano la resistenza, ma Suzuki non cedette. L’avvio del 1993 fu altalenante: aprile portò più sconfitte che vittorie, poi giugno una bella striscia di successi e la squadra risalì in classifica. Ma già da luglio iniziò un nuovo e definitivo declino: la speranza di restare in alta classifica si spense, e i Buffaloes chiusero la stagione all’ultimo posto.
A 25 anni, Nomo conquistò per il quarto anno consecutivo il premio di maggior numero di vittorie e quello per più strikeout, ma purtroppo guidò anche la classifica di basi su ball, dimostrando una preoccupante instabilità. Così, a fine stagione, il club gli propose uno stipendio invariato. Il preparatore atletico Tachibana lasciò la squadra, in disaccordo con il coach Suzuki, che usava solo il bastone e mai la carota. Tra gli atleti sostenitori del metodo scientifico di Tachibana e quelli fedeli a Suzuki iniziarono le prime fratture. «Mi impegnavo per dare tutto al team e festeggiare col precedente coach Ogi, che mi aveva sempre dato fiducia. Ma quando Ogi lasciò il ruolo, in me si spense quella motivazione» raccontò Nomo.
Ironia della sorte: il coach Suzuki, quando giocava come lanciatore professionista, per un certo periodo detenne il record dei fuoricampo subiti. Ma il coach lo sbandierava sempre con orgoglio, considerandolo come un trofeo da veri uomini, risultato dell’aver affrontato le sfide senza scansare alcun battitore. Proprio questa sua testardaggine ricordava quella di Nomo, che difendeva l'idea di giocare sempre a viso aperto. Ma i due non riuscirono mai a trovare un’intesa e litigavano spesso. «Sì, sono testardo, come persona e come giocatore. Ma un lanciatore deve avere quel carattere» ammise lui. Per evitare compromessi, Nomo siglò un accordo privato con l’esonerato Tachibana per mantenere il suo metodo di allenamento di nascosto dalle imposizioni di coach Suzuki. E proseguirà così anche in America, avvalendosi di personal trainer e allenamenti specifici coi pesi.
Nel 1994, prima della gara di apertura, Nomo si infuriò perché nel Fujidera Stadium non era stato riservato nessun parcheggio ai giocatori. Visto il gran numero di V.I.P. e ospiti legati alle società, gli era stato chiesto di non lasciare l'auto nelle aree riservate ai dirigenti. «Sapete che c’è? Non gioco! Me ne vado!» esclamò. Convinto a restare, tenne gli odiati Seibu Lions a zero per 8 inning, con 11 strikeout e senza concedere valide. Lasciò il monte nell’ultimo inning con basi piene e un vantaggio di 3 punti. A sorpresa, il rilievo Azahori subì uno storico grande slam da Ito, e i Buffaloes persero l’incontro, dando il via a una stagione imprevedibile. Il rendimento continuò a calare e a metà giugno la squadra si ritrovò ultima, 16 partite dietro i primi.
Ma nonostante quell'inizio difficile, Nomo prese per mano la squadra e la guidò ottenendo una striscia incredibile di 13 vittorie consecutive e per settimane lui e compagni comandarono la classifica della Pacific League. Poi un grave infortunio alla spalla destra lo costrinse a fermarsi. I Kintetsu Buffaloes accusarono il colpo e scivolarono al secondo posto, lasciando il quinto titolo consecutivo agli implacabili Seibu Lions.
Terminata la stagione, nell’inverno del 1994 Nomo chiese un contratto pluriennale, ma la società rispose picche: «Hai avuto un infortunio e pretendi un pluriennale?», rifiutando e dichiarando che non lo avrebbero più considerato la star della squadra. Il presidente pensò che Nomo volesse solo farsi alzare lo stipendio e si aspettò una sua resa. Ma si sbagliava di grosso. Nomo, reduce dall’infortunio, si allenava con la squadra di riserva. Fu in quei giorni che incontrò Dan Nomura, ex giocatore e agente di stranieri, laureato negli Stati Uniti e ben introdotto nel mondo della Major League. Nomo gli confidò il sogno di tentare l’avventura in America. Il problema era che, per ottenere lo status di free agent internazionalmente riconosciuto (libero cioè di negoziare e firmare con qualsiasi franchigia della lega), occorrevano dieci anni di carriera in prima squadra in Giappone, e Nomo ne aveva collezionati solo quattro.
L’agente Nomura studiò minuziosamente i regolamenti giapponesi. Trovò un punto chiave nell’Articolo 68, comma 2, che regolava la lista dei ritiri volontari: se un giocatore si ritirava volontariamente, manteneva il diritto di firmare con squadre di altri paesi. Questo cavillo spalancò, di fatto, le porte dell’America al primo professionista giapponese. Nomura ottenne una conferma scritta dalla Commissione giapponese sul fatto che i ritirati volontari potessero giocare all’estero e che il diritto di prelazione del club di origine valeva solo in caso di ritorno nel campionato giapponese.
Convinto dall’agente, Nomo impose condizioni insolite alla società, sapendone già il rifiuto. Raddoppiando la posta, arrivò a chiedere un contratto pluriennale da 2 miliardi di yen e minacciò il ritiro. La società reagì con durezza, imponendogli la firma del ritiro volontario per impedirne il trasferimento a un’altra squadra giapponese. «Loro pensavano: “Quel testone finge di volersi ritirare per forzarci la mano col contratto, che lo faccia pure se ha coraggio, non giocherà mai più in Giappone”, ma noi eravamo pronti», raccontò Nomura. «Quando gli dissero “Vai via”, lui rispose “Ok, addio”, e firmò la lettera. Era tutto parte di un piano.»
La notizia della trattativa, nata dopo gli approcci con la Commissione MLB, scatenò i giornalisti nipponici. Ricordo bene i titoloni dell’epoca: «Nomo vuole tentare la sorte in MLB?» La sorpresa alla Kintetsu fu enorme: tentarono di fermarlo, ma senza successo. Quando cercarono di offrire un aiuto per gestire la transizione in America, lui rispose: «Non ho bisogno di aiuto, ho già lasciato la vostra squadra. Qui non ci torno più». Altri club e media attaccarono aspramente Nomo, definendolo un arrogante, un disfattista e un giocatore ormai finito; persino Suzuki commentò in modo sibillino, per non dire oltraggioso: «Trasferirsi laggiù sarà il più grande atto di masturbazione della sua vita... bello e soddisfacente solo per poco, e finirà presto».
(5- continua)


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