Nomo Hideo, la storia del samurai che unì Giappone e Major League (1)

L’altra settimana, durante il koromogae, l'annuale cambio del guardaroba estivo con quello autunnale, ho scovato un vecchio Shonen Magazine del settembre 1995. Era infilato in un angolo della libreria, stretto tra riviste e cartelline anonime. In copertina, al posto di un personaggio dei manga, c’era uno sportivo: un lanciatore di baseball.



Il nome Nomo Hideo non dirà nulla ai più. Eppure questo lanciatore, oggi cinquantasettenne, che ha ottenuto 123 vittorie complessive tra Giappone e Stati Uniti, è stato, durante il suo golden time, un autentico gigante del monte di lancio.

Negli anni in cui partire dal Giappone per giocare nella Major League era praticamente impossibile – mi riferisco al primo quinquennio dei ’90, quando non esistevano né accordi né precedenti tra le leghe – lui ci riuscì. Fu un samurai solitario che, sbarcando in America, fece fiorire il proprio sogno. Oggi, con campioni come Otani Shohei che brillano negli Stati Uniti, il nome Nomo Hideo torna a essere giustamente celebrato come quello del primo, vero pioniere. Nomo ebbe diverse fasi difficili, inclusi seri infortuni alla spalla e cali di prestazione, ma il suo impatto rimase duraturo: è uno dei giocatori giapponesi più influenti nel baseball a stelle e strisce. Recentemente, il sito ufficiale della Major League gli ha dedicato uno speciale, riconoscendogli apertamente il merito di aver trasformato profondamente il loro sport.

Ho riaperto quei vecchi numeri e ho sfogliato di nuovo quelle pagine, setacciando le mie collezioni di vecchie riviste di baseball. Quello che segue non è solo un racconto, è la sua storia, ricostruita attraverso le voci dell'epoca.

Era il 1968, anno in cui il Giappone entrava nella storia: il PIL diventava il secondo al mondo, subito dopo gli Stati Uniti. Le università erano animate dai movimenti studenteschi e debuttavano riviste leggendarie come Weekly Shonen Jump, Big Comic e Play Comic. In questo fermento inizia la storia di Nomo Hideo: nato a Osaka, nel quartiere di Minato, figlio di Shizuo, ex pescatore dell’isola di Narushima, che si era riconvertito come impiegato postale.

Hideo prende in mano la pallina da baseball in prima elementare, subito affascinato dagli Hanshin Tigers. Lancia la pallina ogni giorno contro il muro, senza mai stancarsi. Nessuno gli insegna la tecnica, eppure fin da subito ruota il busto dando le spalle al battitore: senza saperlo inventa così, da bambino, il suo celebre lancio "Tornado". «Se mi chiedono quando ho cominciato a lanciare così, non saprei nemmeno rispondere. Da piccolo giocavo a palla con mio padre. Mi diceva solo: “Usa tutto il corpo per tirare più forte!” Il movimento mi è venuto naturale. Quando sono arrivato alle superiori, lanciavo già quasi come oggi.» Questa tecnica eterodossa, nata dalla pura voglia di tirare più forte di tutti, lo rende in pochi anni un lanciatore capace di far volare la palla veloce tra i 138 e i 145 km/h (con un picco registrato di 152,9 km/h!) e una forkball tra i 124 e i 132 km/h.



Parentesi tecnica: forkball è un lancio tenuto in profondità tra l'indice e il medio, a formare una "forchetta", ed è lanciato a velocità ridotta. L’obiettivo è ingannare il battitore: facendola sembrare inizialmente una palla veloce, la si fa poi cadere bruscamente vicino al piatto di casa base. La palla forkball è nota per il suo violento movimento discendente. Si tratta di un lancio più lento della media e difficile da controllare, ma proprio per questo è estremamente efficace.

Tornando a quel 1983, le aspirazioni di Hideo erano alte, ma i primi test nei famosi licei del baseball locale non portarono a nulla. Nomo fu scartato ovunque e ripiegò iscrivendosi al Seijo Kogyo, un istituto tecnico di Osaka. Qui, già al secondo anno, divenne immediatamente l’ace, l’asso, il lanciatore numero uno.

(1- continua)


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