Nomo Hideo, la storia del samurai che unì Giappone e Major League (2)
Nel luglio del 1985, nel secondo turno delle qualificazioni estive, Hideo (al secondo anno) ottenne un perfect game contro il liceo Ikuno, iniziando a farsi un nome.
Il perfect game (cioè la partita perfetta) è il risultato più raro e straordinario per un lanciatore, che ottiene esattamente 27 eliminazioni senza che nessuno dei battitori avversari arrivi in prima base, né per valida, né per base su ball, né per errore o altro. Tuttavia, in una Osaka dominata da potenti scuole come PL Gakuen e Uenomiya, persino con la sua performance eccezionale, il sogno del Koshien restava lontanissimo. Infatti, anche al terzo anno la squadra si fermò agli ottavi di finale della fase di Osaka, e il sogno sfumò definitivamente. «Non ho mai pensato troppo al Koshien. A essere sincero, alle superiori avevo una gran voglia di mollare il baseball: allenamenti durissimi, specialmente quelli del mattino. Si iniziava alle 6:30 e io ci arrivavo dopo un’ora di treno, sempre mezzo assonnato. Ogni mattina si correva senza sosta. Per fortuna avevo amici veri, che mi esortavano a non andarmene, così sono riuscito ad andare fino in fondo.»
A proposito di amici: che tipo di giocatore era, dunque, il lanciatore del "Tornado" ai tempi del liceo, quando era ancora un nome sconosciuto a livello nazionale? Uchiyama Noboru, che formava la batteria con Nomo, aveva iniziato a giocare seriamente a baseball solo alle superiori. «Poiché un mio compagno delle medie faceva parte della squadra, Nomo partecipò agli allenamenti prima ancora della cerimonia di apertura, in una sorta di "prova d'ingresso". Io, che non ne sapevo nulla, lo vidi in uniforme e pensai: "Quel senpai (studente più grande) è davvero enorme". Era già alto più di 180 cm, una testa sopra tutti gli altri. Più tardi, quando chiesi informazioni e scoprii che era un mio compagno di classe, rimasi ancora più sorpreso.» Uchiyama, il principiante, si trovò d'improvviso a ricevere palle veloci di livello superiore.
«Forse perché giocavo con tutto me stesso, non provavo molta paura per i suoi lanci imprevedibili. Anche perché, a essere onesti, più che la velocità di Nomo avevo terrore del nostro allenatore, che era un diavolaccio. La sua bravura sul monte divenne scontata, ma ciò che mi è sempre rimasto impresso è come la pallina giungeva nel guantone. Aumentavamo gradualmente la distanza, ma a 30 metri, a 50 metri, la palla di Nomo non calava affatto. Anche nel lancio lungo, non descriveva un arco, ma arrivava dritta e secca nel guantone. L'unico a lanciare una palla del genere era lui.»
Uchiyama ricorda che, sebbene mostrasse un talento fuori dal comune sul campo, fuori dal baseball Hideo era un normalissimo coetaneo. «Eravamo in classe insieme sia al secondo che al terzo anno. Ci aiutavamo a vicenda per gli esami a casa dell'uno o dell'altro, studiavamo seriamente. Ma in classe, di solito, lui sonnecchiava. A differenza dei giocatori di posizione, ai lanciatori era richiesto l'allenamento mattutino, quindi ogni giorno andava a scuola all’alba con il primo treno e poi il coach lo faceva correre. Ovvio che fosse assonnato! Durante la ricreazione si svegliava di colpo e si affrettava a divorare il pranzo. Il Nomo che conosco io era un normalissimo studente-atleta, totalmente dedito al baseball.»
Ote Shigeru, anch'egli compagno di classe di Nomo, ricorda ancora la sensazione del suo exploit vincente che lo gratificò alle superiori: un sayonara hit nel decimo inning supplementare, durante il quarto turno del torneo di Osaka nell'estate del suo terzo anno, pur essendo lui una riserva. «Io avevo realizzato quel punto fondamentale, e tutta la squadra era emozionatissima. Ovviamente, anche Nomo piangeva a dirotto. Essendo già un giocatore sotto i riflettori e visitato dagli scout professionisti, a fine partita i giornalisti si radunarono attorno a lui. E lui, preoccupato, disse indicandomi: “Non me, per favore, intervistate Ote, è lui che ci ha fatto vincere la partita”. Non era uno che voleva mettersi in mostra. È sempre stato gentile con gli altri.»
Anche Ote, come Uchiyama, giocava da ricevitore e assaggiò da vicino la straordinaria potenza di Nomo. «Lanciava a tornado fin dall'inizio delle superiori, ma non trovavo il suo caricamento particolarmente bizzarro. Più che la tecnica, erano la velocità e la pesantezza della palla a farmi andare fuori di testa. Io retrocedei tra le riserve dopo essermi fatto male al gomito e alla spalla, ma prima di allora ero il ricevitore titolare. All'epoca i guantoni avevano l'imbottitura sottile e la potenza della sua palla si scaricava direttamente sulla mia povera mano. Dopo aver ricevuto decine di lanci di Nomo, il palmo della mano si gonfiava. Istintivamente ci soffiavo sopra, ma il dolore non diminuiva affatto.»
Racconta Uchiyama: «A una lezione d'arte ci fu dato il compito di disegnare il nostro sogno per il futuro. Dato che mi piace lo sport, disegnai me stesso come gestore di un negozio di articoli sportivi. Diedi un'occhiata a Nomo pensando che avrebbe disegnato un lanciatore di baseball professionista, e invece disegnò una idol che cantava su un palco! Rimasi interdetto. Non capii subito le sue intenzioni, ma poi pensai che probabilmente fosse una dichiarazione d'intenti: “Sarò un'esistenza che attirerà l'attenzione come una idol. Diventerò una star”. Forse il suo modo di pensare era diverso. Non è riuscito ad andare al Koshien, ma dopo quel perfect game durante il torneo regionale iniziò a ricevere attenzioni e interviste e a essere inquadrato più spesso dalle telecamere, quindi fu probabilmente allora che partorì il suo obiettivo.»
(2- continua)


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