Nomo Hideo, la storia del samurai che unì Giappone e Major League (4)

Proprio in quel periodo, nell’autunno del 1988, la squadra pro dei Kintetsu Buffaloes passò nelle mani del nuovo allenatore Ogi Akira. Il miracolo fu immediato: dal fondo della classifica dell’anno precedente, i Buffaloes di Osaka terminarono il campionato al secondo posto.



Nell’autunno del 1989, dopo nove anni, arrivarono addirittura a vincere di nuovo il titolo della Pacific League andando poi a sfidare i Giants di Tokyo, campioni della Central League, per il titolo assoluto del Giappone (Japan Series). I Buffaloes partirono a razzo con due vittorie consecutive. Nel terzo match, il lanciatore partente Kato tenne i Giants a zero per oltre sei inning e conquistò la vittoria. Sul podio, dichiarò con la tipica sfacciataggine della gente del Kansai: «La loro formazione non è niente di speciale, sinceramente non mi sono mai sentito messo in difficoltà. Il campionato di Lega è stato molto più duro di queste Series!» 

Il giorno dopo i giornali locali rincararono la dose e si sbizzarrirono: «Questa squadra dei Giants non è nemmeno all’altezza dei Lotte, fanalino di coda della nostra Lega, figuriamoci dei Seibu e degli Orix! Se perdiamo contro di loro, saremo senza scuse.» La provocazione, manco a dirlo, accese gli animi degli avversari. I Giants, superpotenza di Tokyo, promisero vendetta per salvare l’onore della Central League. E il riscatto arrivò: quattro vittorie consecutive sui Buffaloes e il titolo nazionale. Ironia della sorte, il lanciatore sbruffone Kato, che chiuderà la sua decennale carriera con statistiche nella media, divenne un personaggio televisivo proprio grazie a quel famoso fuori programma. Anni dopo, rivelerà il vero retroscena dell’intervista spocchiosa.

«Durante un’intervista, un giornalista mi chiese: “Allora, Kato, cosa ne pensi davvero?” Gli risposi: “Guarda, con lanciatori come Kuwata, Saito, Makihara, Mizuno è chiaro che i Giants possano vincere il titolo. Però, se mi chiedi del loro schieramento, ti rispondo che i lanciatori sono formidabili, ma i battitori non mi fanno per niente paura. Il migliore pareva Cromarty, ma studiando i video vedevo che bastava un lancio basso esterno e lui ribatteva un’innocua valida al centro. E lasciamogliela fare! Gli altri, come Shinotsuka, non mi avevano mai ribattuto forte. E come corridori erano davvero lenti, era come avere dei fermacarte fermi in base. Invece i Seibu, che noi avevamo affrontato ripetutamente nella nostra Lega, loro sì che avevano un’armata di battitori insidiosi: Ishige, Tsuji, Akiyama, Kiyohara, Destrade... un reparto molto più temibile di quello dei Giants. Da questa conversazione nacque la battuta per cui 'I Giants mi hanno impensierito meno dei Lotte, fanalino di coda della nostra Lega'. Poi la stampa del Kansai, anti-Tokyo e anti-Giants per eccellenza, trasformò quella frase nella provocatoria 'I Giants sono inferiori ai Lotte'. E la frittata fu fatta.»

Il 26 novembre 1989, a un mese dalle Japan Series, si tenne il draft dei professionisti per selezionare i nuovi talenti. Quell’anno ben otto squadre puntarono la loro prima scelta su Nomo: un numero superiore a quello ottenuto dai fenomeni Okada e Kiyohara negli anni delle loro rispettive selezioni. Tigers, Lotte, Yakult, Taiyo, Daiei, Nippon Ham, Orix e Kintetsu: tutti volevano il giovane lanciatore. Alla fine, la fortuna sorrise al manager Ogi dei Buffaloes, che estrasse il biglietto vincente e ottenne il diritto di proporre un contratto a Nomo.

In quel draft, oltre a Nomo, emersero altri nomi destinati a diventare pilastri della Nippon Professional Baseball: Sasaki, Sasaoka, Komiyama, Shiozaki, Furuta, Iwamoto, Ishii, Maeda, Shinjo. Fu una vera annata d’oro. Il contratto di Nomo stabilì un primato assoluto: 120 milioni di yen (il primo a superare la soglia dei 100 milioni, equivalenti a circa 650 mila euro) per un rookie. La clausola più importante era chiara: nessuno avrebbe potuto intervenire sul suo celebre movimento di lancio. Ogi, fedele alla sua promessa, non mise bocca sulle questioni tecniche del suo nuovo pupillo.

Non solo Nomo: sotto Ogi cresceranno anche Hasegawa, la leggenda Ichiro e Taguchi. Tutti futuri Major Leaguer, tutti riconoscenti a Ogi come loro sensei. In quello stesso anno, Tachibana Ryuji divenne il nuovo preparatore atletico dei Buffaloes, portando con sé metodi scientifici e innovativi. Inizialmente molti storsero il naso, ma coach Ogi intuì e protesse quelle novità. «Ogi non spegne mai il talento. Tutti dicevano che Nomo non sarebbe mai riuscito a vincere con quello stile, che se lo sarebbero lasciato dietro continuamente. Ma il ragazzo non mollava mai, portava sempre la sua maniera, correva sotto il sole senza lamentarsi, non ha mai cambiato una virgola» raccontò Tachibana.



Il debutto in prima squadra arrivò il 10 aprile 1990, contro i Seibu Lions. Il primo inning fu da batticuore: due basi su ball e un errore fissarono subito basi piene senza eliminati. Davanti a Nomo si presentò Kiyohara, star assoluta dei Lions e originario di Osaka. Quand’erano liceali, il fenomeno Kiyohara non aveva nemmeno sentito parlare di Nomo: mentre lui faceva sfracelli al PL Gakuen, Nomo si arrabattava in un liceo minore ed era stato nominato sui giornali solo per la sua partita perfetta. Solo dopo essere approdato nei pro, Nomo iniziò a farsi conoscere sul serio: nonostante la partecipazione alle Olimpiadi di Seoul e quel draft record, rimaneva sconosciuto ai più, e molti fan ancora storpiavano gli ideogrammi del suo nome chiamandolo "Noshige".

Quel giorno, il duello fu memorabile: Nomo affrontò Kiyohara esclusivamente con fastball, evitando le “forchette”. Kiyohara non la prese mai: fu strikeout, il primo da professionista per Nomo, proprio contro il fratellone più famoso di Osaka. «Davvero veloce. Il suo movimento non ti fa capire dove sbucherà la palla. Quando tirerà fuori tutto, sarà davvero difficile batterlo» ammise Kiyohara. Tra i due nascerà una rivalità intensa e piena di rispetto. Disse l’arbitro dell’incontro: «Sembrava uno scontro tra due antichi spadaccini. Nomo aveva l’espressione chiusa di sempre, lo sguardo tagliente, mentre Kiyohara voleva assolutamente colpire la sua veloce, non si sarebbe accontentato di una curva o una forkball. Io ero arbitro quel giorno, e sentivo la tensione sulla pelle. Nessuno dei due sorrideva mai. Se parli di forza pura nel baseball, conta la sensazione che ti dà il lanciatore, e la palla di Nomo sembrava più veloce di qualunque altra.»

Il 29 aprile 1990, Nomo stabilì il record nazionale di 17 strikeout in una sola partita contro gli Orix, conquistando la sua prima vittoria. Quell’anno, i Buffaloes si piazzarono terzi, ma Nomo conquistò quattro titoli da lanciatore: più vittorie, ERA più basso, più strikeout e miglior media. Si aggiudicò il premio di Matricola dell’Anno, l’MVP, il prestigioso premio Sawamura e persino un posto nel Best Nine. In Giappone iniziarono a chiamarlo "Dr. K", il mago degli strikeout, ma lui, taciturno e riservato, non riuscì mai a calarsi nel ruolo di star«La notorietà non mi piaceva», dichiarerà Nomo in una recente intervista. «I media mi portavano via la vita privata, non avevo tempo per me. In Giappone i giornalisti non ti mollano mai, anche se chiedi gentilmente di lasciarti stare. In America non succede: hanno paura che poi li trascini in tribunale. Certo, nei Kintetsu Buffaloes ho vissuto tanti momenti belli, ma il baseball a Osaka era peggio di un lavoro, non riuscivo a immergermi in quel ruolo come avrei voluto

Nel 1991 Nomo realizzò una striscia ancora più impressionante: sei partite consecutive con almeno 10 strikeout. A metà stagione i Buffaloes erano primi, ma a settembre persero tre partite di fila contro i Seibu e dovettero cedere la testa della classifica e, di conseguenza, la stagione. 

(4- continua)

Commenti