Nomo Hideo, la storia del samurai che unì Giappone e Major League (3)
Dal liceo alla ditta Shin Nittetsu Sakai, ai Kintetsu Buffaloes, poi addirittura la Major League. Il palcoscenico di Nomo si è fatto sempre più grande, ma il rapporto con i suoi compagni di squadra non è mai cambiato.
Prosegue Uchiyama: «Il Nomo che è con noi è sempre quel ragazzino che si sbellicava dalle risate facendo battute sciocche nello spogliatoio intriso di sudore. Quando è in off-season, è tradizione che noi ex-liceali ci si riunisca in un izakaya a parlare di ricordi. Una volta, Nomo ci propose di andare al karaoke, e finimmo in uno snack bar in un edificio fatiscente. Un Major Leaguer che faceva impazzire tutto il Giappone entrò e chiese alla tenutaria: “Non è che ci puoi fare 3.000 yen (circa 18 euro) a testa?” La signora del locale rimase sbalordita e felicissima. Alla fine, girammo un sacco di altri locali, dal primo al quinto piano di quell’edificio, divertendoci come dei pazzi. Nomo appare spesso imbronciato sui media, ma con noi è sempre un ragazzo semplice, affabile e allegro.»
Nel baseball giapponese la gerarchia conta tantissimo: devi obbedire a chi è più grande, anche se non ti va. Racconta Nomo: «In ditta e nei pro spesso pensavo più a quello che al gioco. Era così difficile parlare liberamente coi veterani. Solo nella squadra nazionale trovai una situazione diversa: lì si poteva parlare con tutti, senza barriere d’età. Anche in America non ho mai trovato quella rigidità.»
«Nomo è un ragazzo dal cuore grande, attento a tutti», conclude Miyazaki Akio, storico coach del liceo Seijo. «Provate a chiedergli chi è la persona che lo ha aiutato di più nella vita: vi risponderà che non lo sa. Perché ha sempre incontrato qualcuno pronto a ricambiarlo e disposto a sostenerlo. Successe alle medie, al liceo, nella squadra aziendale e in America. Un ragazzo capace di pensare anche agli altri, prima che a sé stesso.»
Dopo il diploma, Hideo venne assunto come giocatore presso la ditta Shin Nittetsu Sakai. Lo stipendio, circa 120.000 yen (equivalenti a circa 700 euro all'epoca, una cifra modesta), era contenuto per gli standard del tempo, ma Nomo era stato inserito nell’organigramma aziendale per giocare, non per produrre. «All’epoca non pensavo al professionismo. Mi sentivo semplicemente fortunato ad aver trovato un lavoro.» Durante quel primo anno, Hideo perfezionò la forkball che diventerà presto la sua arma segreta, affiancandola alla sua velocissima fastball.
Al secondo anno di attività (siamo nell’estate del 1988), Nomo venne convocato con la nazionale dilettante giapponese e volò nella vicina Seoul per partecipare alle Olimpiadi. All’epoca il baseball non era ancora sport olimpico ufficiale (lo sarebbe diventato a Barcellona '92) e i professionisti non potevano ancora partecipare. Nel suo girone il Giappone dominò (tre vittorie su tre), poi superò la Corea nel derby asiatico in semifinale, giungendo così a sfidare i colossi degli Stati Uniti. In finale, lanciò Jim Abbott, il leggendario pitcher americano nato senza la mano destra, che riuscì a concludere la partita. Il Giappone perse 5-3, mancando il secondo oro consecutivo dopo il lontano successo di Los Angeles '84. I giapponesi si portarono a casa l’argento.
In Giappone, tradizionalmente, si richiedevano ai lanciatori velocità intorno ai 140 km/h, controllo e varietà nei lanci. Ma contro superpotenze come Cuba e Stati Uniti, serviva qualcosa in più: il cosiddetto power pitching. «Servivano atleti potenti. Per arrivare in nazionale era fondamentale lanciare non meno di 145 orari e avere una palla speciale per assestare il colpo del K.O.», spiega l’allenatore dei lanciatori a Seoul, Yamanaka Masatake. «Nomo era incredibile. Durante le trasferte, tutti normalmente calavano di peso. Dopo le qualificazioni ricordo ancora una squadra stanca e indebolita. Invece lui? No, lui ingrassava! Ti lasciava interdetto perché mangiava di tutto, e l’impressione che dava era strabiliante.»
Durante quelle Olimpiadi, Nomo raccontò la sua impressione su Cuba: «Squadra pazzesca. Mai vista una potenza simile. Salire sul monte di lancio contro quei battitori è stata un’esperienza inedita. Anche se ti ribattono, anche se gli tieni testa, la sensazione è sempre di gente che si diverta un mondo. Ti trasmettono adrenalina ed energia.» Quella partita fu memorabile anche per i cubani: colpiti sia dalla velocità di Nomo che dalla sua forkball magica, alcuni si esercitarono a imitare il suo caricamento, il "Tornado windup". Il suo alto numero di strikeout era attribuibile proprio a questo stile di lancio poco ortodosso, durante il quale voltava la schiena al battitore, sollevava la gamba di appoggio e si fermava per un istante prima di lanciare. Questa particolare meccanica, che aumentava la velocità dei suoi tiri e rendeva difficile per i battitori individuare la palla al momento del rilascio, gli valse il soprannome di “Tornado”. I famosi battitori cubani Linares e Pacheco, che affrontarono Nomo, lo presero in simpatia chiamandolo affettuosamente mi amigo.
Così Hideo, insieme a Yoda, Shiozaki, Sasaoka e Nishimura, rappresentò la nuova generazione di “bracci potenti” tra i giocatori aziendali, guidati dietro casa base dal mitico ricevitore Furuta. Nonostante l’antica diffidenza secondo la quale «un catcher con gli occhiali non avrebbe mai sfondato tra i professionisti», Furuta entrò senza problemi nel cuore della nazionale. L’anno dopo quasi tutti parteciparono al draft dei professionisti, sfatando antichi tabù del baseball d'élite, spesso refrattario ai giocatori aziendali, e spalancarono così la porta a una nuova epoca. E, al centro, c’era sempre lui, Nomo Hideo.
(3- continua)


Commenti
Posta un commento